Si parla spesso di odio, specialmente negli ultimi tempi. In tutto il mondo la situazione politica è tesa e anche in Italia non si naviga in buone acque. Persino in Parlamento si è parlato di odio per bocca di Matteo Renzi nel suo duro j’accuse contro Matteo Salvini. Un sentimento forte e controverso che ha caratterizzato non solo la vita pubblica, ma anche quella sociale e privata. Se si pensa anche ai casi di violenza domestica, il femminicidio, il bullismo, gli omicidi, arrivando anche alla storia come l’Olocausto o il Genocidio in Ruanda. E’ stato presentato in anteprima alla Triennale a Milano, in occasione della seconda edizione del Festival delle Serie Tv, la docu-serie “Why We Hate” (“Perché odiamo”, ndr) prodotta dai premi Oscar Steven Spielberg e Alex Gibney. “Arrivare alla radice della condizione umana non è solo affascinante, ma necessario per capire chi siamo. – dicono Gibney e Spielberg – ‘Why We Hate‘ non è semplicemente una serie che documenta qualcosa che sta accadendo intorno a noi; è un’indagine, un’investigazione, un tentativo di comprendere perché odiamo, attraverso la scienza e una più profonda comprensione della natura umana. L’odio è nel nostro Dna. Solo se comprendiamo perché agiamo in un certo modo possiamo cambiare il nostro comportamento. È proprio questo che ci contraddistingue in quanto esseri umani”.

In sei puntate si cerca di andare a fondo alla questione e capire meglio da dove nasce l’odio e come si supera. Si attraversano gli studi storici, filosofici e della neuroscienza. Sono state presentati i primi quindici minuti di sei appuntamenti, al via il 14 ottobre su Dplay Plus, la nuova piattaforma a pagamento di Discovery e successivamente sul canale Nove. Gli interrogativi da cui parte il progetto sono semplici e diretti: da dove nasce l’odio? Come si diffonde? Come possiamo contenere il suo potere distruttivo?

Dalle prime immagini mostrate, sono coinvolti nella narrazione scientifica diversi esperti, tra cui la scienziata cognitiva Laurie Santos, l’antropologo Brian Hare, il giornalista Jelani Cobb, l’esperta in estremismo Sasha Havlicek, l’avvocato penalista Patricia Viseur e il neuroscienziato Emile Bruneau. Si è affrontato il tema del tribalismo e di come sin dalla storia primitiva ci fosse una netta distinzione tra il “noi” e il “loro”. Un istinto che accomuna gli animali, come gli esseri umani. In particolar modo si è evidenziato come, ad esempio, nel calcio il tribalismo sia accentuato nella misura in cui le tifoserie si raggruppano sotto gli stessi colori e poi si lancino in gesti violenti contro la squadra avversaria. Lo sport viene visto come l’evoluzione della guerra. La fusione di identità porta alla protezione primordiale nei confronti dei gruppi. Questo succede anche nella politica, diverse le sequenze passate in rassegna dall’ultima campagna elettorale di Donald Trump e Hillary Clinton. Le convinzioni politiche si sommano ai giudizi morali, per questo le “tribù” della politica risultano essere più forti di tante altre.

La docu-serie è stata poi commentata dal giornalista Daniele Piervincenzi (vittima della famosa testata che il boss di Ostia Roberto Spada gli ha dato nel 2017, mentre stava realizzando un servizio per ‘Nemo’), la reporter Valentina Petrini, la filosofa Maura Gancitano, la presidentessa di Diversity Francesca Vecchioni e l’atleta Daisy Osauke. Tutti concordi nell’affermare che l’unica soluzione per abbattere il muro dell’odio è quello di collaborare insieme, parlare del problema dalle scuole ai posti di lavoro, non nascondere nulla e denunciare, grazie anche al contributo di progetti multidisciplinari. Una utopia? Piuttosto un augurio e un invito a non lasciare che le cose peggiorino di giorno in giorno.

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