Diciamocelo: Matteo Renzi non ha voluto fondare un nuovo partito di sinistra e neppure di centrosinistra; ha voluto creare un partito di centro tendente verso la destra liberale. Sono d’accordo con ciò che scrive Aldo Cazzullo: oggi il partito politico europeo più simile a Italia Viva è quello fondato in Francia da Emmanuel Macron, il movimento centrista La République En Marche (LaRem); anche se ovviamente l’inventiva italica conferirà alla formazione dell’ex premier caratteristiche peculiari.

Resta il fatto che nel Parlamento europeo i renziani in uscita dal Pd (per ora nomi ufficiali non ce ne sono) secondo indiscrezioni avrebbero in programma di aderire al gruppo caro al presidente francese – l’ex Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa, cambiato in Rigenerare l’Europa con l’ingresso di LaRem – lasciando l’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici.

Oggi Italia Viva viene data tra il 3 e il 5% dei possibili consensi. Ma da qui alle prossime elezioni chissà… Il voto ormai è molto fluido e l’ex premier ha saputo portare il Pd dal 25,4% (2013) al 40,8 (2014) e poi al 18,7 (2018) nel giro di 5 anni. Quindi potrebbe riservare sorprese. Di certo, Renzi vuole, per riuscire a rafforzarsi e far pesare il suo ruolo, il proporzionale puro come sistema elettorale: sosterrà il governo finché non lo avrà ottenuto e finché non avrà consolidato le sue posizioni almeno intorno al 10-12% dei consensi, in modo da diventare fondamentale nella formazione di un esecutivo quanto lo è stato il Psi dell’era craxiana.

Certo, aspira a più voti, ma questo sarebbe solo il primo giro di boa. Nell’attesa, può godersi un numero di parlamentari, di ministri e di sottosegretari (per non parlare della amministrazioni regionali e di quelle locali) molto superiore a quelli che gli spetterebbero con i voti che avrebbe in questo momento in caso di elezioni. Li ha ottenuti sparigliando le carte dopo l’harakiri di Matteo Salvini e facendo poi finta di stare in disparte nella suddivisione degli incarichi all’interno del governo M5S-Pd. Nel frattempo eroderà l’elettorato altrui, soprattutto quello del Pd e di Fi, e forse sedurrà anche qualcuno di coloro che non votano più.

Le reazioni? Il segretario dem Nicola Zingaretti sembra oscillare tra l’imbufalito, per l’addio del suo predecessore, e il sollevato, sempre per lo stesso motivo. Uno stato d’animo comprensibile. E Silvio Berlusconi? Non è detto che l’ex Cavaliere veda male l’idea di cedere al toscano bifronte, magari senza dare troppo nell’occhio, il testimone della sua area, a meno che non si faccia avanti qualcuno più promettente (per esempio Urbano Cairo). “Tu mi somigli”, disse Berlusconi a Renzi già nel 2010, durante il loro incontro ad Arcore mediato da Denis Verdini (oggi di nuovo in pista dietro le quinte). Oggi il Matteo toscano forse è più in sintonia con lui di quanto lo sia il Matteo lombardo. Per giunta a Silvio il sovranismo salviniano non piace, la sua smania di protagonismo ancora meno.

Dunque Renzi potrebbe pescare proficuamente – anzi, sta già pescando – tra l’elettorato che vota o ha votato Berlusconi e tra gli stessi parlamentari forzisti (una senatrice di Fi è appena passata con lui), oltre che tra cugini, orfani, eredi e pronipoti della Dc andreottiana-forlaniana e del Psi craxiano.

Sembra dunque all’orizzonte un partito che potrebbe andare da Mara Carfagna (che per ora nega) a Maria Elena Boschi, passando per l’inossidabile Pier Ferdinando Casini (che per ora nicchia). Con la benedizione (ufficiosa) dell’ex Cavaliere, che – dall’alto dei suoi 82 anni – si deve essere rotto un po’ le scatole. Insomma, da Forza Italia a Italia Viva forse la distanza non è eccessiva.

In attesa di sviluppi, monta una curiosità spicciola. Come saranno chiamati i militanti e gli esponenti di Italia Viva? Piviani o pivisti (da Piv), viviani o italovivisti? Momentaneamente, per non sbagliare, chiamiamoli renziani.

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