Davanti alla ricerca perplessa di tanti commentatori delle ragioni sottostanti alle mosse suicide dei due Mattei estivi, sembra opportuno rammentare ancora una volta l’insegnamento di un grande intellettuale del Novecento, Raymond Aron: nelle vicende politiche mai trascurare il peso del “fattore S” (“S” per “scemenza”).

Dell’harakiri di Matteo Salvini già si è lungamente discusso, ora balza all’onore delle cronache quello di Matteo Renzi. In entrambi i casi un’improvvisa e improvvida cesura: l’agostana dell’alleanza di governo, la settembrina dell’appartenenza di partito. Sempre motivate dalla fregola di cogliere l’attimo fuggente, che rivela l’intima insicurezza dei due maturi giovanotti, inseguiti entrambi da un duetto di fantasmi. Coppie in cui spicca una presenza comune: Silvio Berlusconi.

Nel caso del leghista, oltre l’incombere di chi ha dettato i tempi, i linguaggi e la semantica degli ultimi 25 anni di politica italiana, la tragica ombra ducesca rielaborata a farsa. In quello dello scissionista, l’accoppiata tra il piacione di Arcore e il campione mondiale nella circonvenzione del proprio elettorato, cui viene fatto credere il massimo del progressismo perseguire politiche conservatrici: Tony Blair.

La comune ossessione berlusconiana deriva non solo dall’attrazione del modello lusso-spregiudicatezza-menzogna su menti politiche infantili; ma anche dall’istinto predatorio, attizzato nelle rispettive ingordigie di potere dalla convinzione di come il capitale elettorale dell’ex Cavaliere sia ormai scarsamente presidiato da una leadership declinante e quindi facilmente contendibile.

Una corsa all’intercettamento del voto destrorso in cui Salvini parte nettamente avvantaggiato, anche perché nella sua intrinseca brutalità non si fa zavorrare dalle fisime e fanfaluche blairiane che ispirano il presumibile canovaccio simil-strategico renziano: l’illusione che esista la chimera del moderatismo, creatura politica mitologica blandamente conservatrice e prudentemente progressista; l’idea utopistica che ci sia in politica un luogo chiamato “centro” dove vige il né-né, il so-ni, in cui farebbero premio le mezze misure, il dico-non-dico.

Dando vita al nuovo partito “Italia Viva”, Matteo Renzi pensa di fare sfracelli sul terreno del ponziopilatismo che ha funzionato una ventina di anni fa con la carica illusionistica ormai esaurita della Terza Via blairiana (e clintoniana, schröderiana o – perché no? – dalemiana); nel bel mezzo della svolta ideologica liberista ormai smascherata come “il progetto politico per ristabilire le condizioni necessarie all’accumulazione di capitale e ripristinare il potere delle élite economiche” (David Harvey). A parere di chi scrive, sogno cui presto farà seguito un brusco risveglio; pure per la pattuglia imbarcatasi nella speranza di avere quel futuro sulle poltrone della politica che la segreteria del Pd zingarettiano minacciava di non volere garantire.

Non a caso chi tra i renziani mantiene risorse e prospettive proprie da far valere – vedi, ad esempio, Graziano Delrio – si è guardato bene dall’imbarcarsi nella problematica avventura. Guidata da un ex leader che punta tutto sulle furberie tattiche e di breve respiro; quanto consente una cultura politica definitivamente portata alla luce e certificata dal fiasco clamoroso di quella che doveva esserne l’apoteosi: la proposta referendaria del 2016, improntata ai due concetti guida del “mettere un solo uomo al comando spazzando via gli impicci dei contrappesi istituzionali”, “blandire il popolo bue con lo specchietto per le allodole che ogni cambiamento è sinonimo di modernità”.

Dunque, quella di Matteo Renzi è un’operazione interpretabile alla luce del classico “fattore S”, i cui effetti destabilizzanti (come pure la crescita della destra forcaiola) possono essere disinnescati da un’effettiva azione di buon governo che ogni persona di buonsenso dovrebbe auspicare.

Fermo restando che la nuova turbativa del quadro politico, di cui non si sentiva la necessità, è l’ennesima conferma dell’incanaglimento progressivo che ne affligge vaste aree. Italia Viva, Viva l’Italia, Forza Italia: l’involuzione della specie.

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