L’incubo peggiore si chiama stretto di Hormuz. La sua chiusura è una eventualità remota, ma non impossibile. Da questa lingua di mare, larga appena 45 km nel suo punto più stretto, transitano ogni giorno 21 milioni di barili, un quinto di tutto il petrolio che si muove nel mondo, un terzo se si considera solo quello trasportato via mare, destinati per il 76% ai mercati asiatici. Il passaggio tra Oman ed Iran collega infatti il golfo Persico, su cui si affacciano Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Iraq, Qatar,Oman, Iran ed Emirati Arabi, con l’oceano Indiano. Tra questi otto paesi ci sono cinque dei primi dieci produttori di petrolio al mondo. Aggirare lo Stretto è difficile, le alternative sono poche. L’Arabia Saudita dispone di una condotta, la East-West Pipeline, che permette di spostare il petrolio dal golfo Persico al mar Rosso, ma l’oleodotto, oggi utilizzato al 40% ha una capacità massima di transito di 5 milioni di barili al giorno. Ci sarebbe quindi “spazio” per altri 3 milioni di barili circa, poca cosa rispetto a quelli che viaggiano attraverso Hormuz.

Già sette anni fa, l’allora capo di Stato maggiore di Teheran, Hassan Firozabadi, aveva fatto sapere di aver messo a punto dei piani per la chiusura dello Stretto. Eventualità minacciata, più di recente, direttamente dal presidente iraniano Hassan Rouhani. Già il solo prospettare il blocco dello stretto è una leva negoziale importante per Teheran. Sino ad ora, tuttavia, alle parole non sono mai seguiti i fatti. Anche perché la chiusura sarebbe molto costosa per lo stesso Iran. Lo Stretto è passaggio obbligato ed unico per raggiungere il paese via mare, attraverso questa via l’Iran vende gran parte del suo greggio e importa l’85% dei prodotti di cui ha bisogno. Si tratterebbe inoltre di una mossa di cui sarebbe difficile prevedere e gestire gli sviluppi. Ma l’opzione esiste e resta sul tavolo. Soprattutto la chiusura temporanea, o una situazione talmente surriscaldata da sconsigliare o rallentare drammaticamente il passaggio delle 20 petroliere che quotidianamente solcano queste acque, sono possibilità da non escludere a priori.

“La chiusura di Hormuz rimane al momento un’eventualità remota, spiega Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies e direttore della ricerca per il Medio Oriente al Centro militare di studi strategici. “Non penso vi sarà un’escalation e questo per diversi motivi, continua l’esperto. “Stati Uniti e Iran sono molto vicini a riavviare un dialogo, che è nell’interesse di entrambe le parti. Teheran però si siederà al tavolo solo a condizione di partecipare a una vera trattativa, con la possibilità di ottenere qualcosa e non semplicemente per prendere atto dei diktat di Washington. Gli attacchi in Arabia sono un modo per dimostrare che Iran e forze ad esso collegate se vogliono possono far male e quindi rafforzare la propria leva negoziale”. Non solo. Pedde rimarca come al momento né Usa ne Arabia Saudita siano in grado di stabilire con esattezza il luogo da cui è partito l’attacco. “Manca la pistola fumante per provare inequivocabilmente il ruolo dell’Iran e non escludo che i missili possano essere partiti dall’interno del territorio saudita. Gli Houti (movimento politico e armato sciita yemenita vicino all’Iran, ndr) hanno già dimostrato una notevole capacità di penetrazione all’interno dei confini dell’Arabia. Se davvero i missili fossero partiti dall’Iraq sarebbe paradossalmente anche peggio. Una vera débacle per i sistemi di rilevazione statunitensi, con la Quinta flotta stanziata nell’area”.

“Teheran”, conclude Nicola Pedde, “ha disperato bisogno di vendere petrolio. Con le sanzioni la sua produzione si è ridotta a 200mila barili al giorno, laddove il livello di sussistenza del Paese è di almeno un milione di barili in più”. Il blocco dello Stretto sarebbe insomma una sorta di mossa della disperazione, lontano dai veri progetti iraniani. Quando si tira molto la corda, c’è comunque sempre il rischio di un incidente imprevisto che faccia degenerare la situazione, al di là delle intenzioni dei soggetti coinvolti.

I mercati però si spaventano facilmente e, nell’immediato, raramente agiscono in base ad analisi sofisticate. In questi giorni ed ore in cui le tensioni tra Iran, Arabia Saudita e Stati Uniti si stanno intensificando, è tornato di attualità uno studio condotto da Nasdaq nel 2012 in cui venivano quantificati i possibili effetti sul prezzo del greggio di un blocco, anche temporaneo, dello Stretto. Condotta quando il petrolio quotava 110$ al barile, l’analisi ipotizzava un’iniziale impennata del greggio fino a 440 dollari. Nel 1973, dopo l’embargo dei paesi esportatori mediorientali come ritorsione per la guerra tra Israele, Egitto e Siria, il prezzo del barili quadruplicò da 3,4 a 12 dollari. Allora però di fatto le forniture globali subirono un taglio del 7%, mentre in caso di stop di Hormuz, la riduzione sarebbe, almeno un primo momento, più che doppia. Studi più recenti, stilati negli ultimi due anni e tarati sugli attuali valori del petrolio (tra i 50 e i 60 dollari), arrivano a conclusioni simili stimando possibili rialzi fino a 250 dollari.

In questi anni non sono mancate previsioni sui prezzi del greggio, anche di blasonati team di analisti, rivelatesi poi clamorosamente sbagliate. Tuttavia queste valutazioni sono diverse, poiché non ipotizzano evoluzioni della domanda e dell’offerta ma più semplicemente calano un nello scenario attuale gli effetti di un ipotetico ma preciso accadimento. E’ vero, nell’ultimo decennio molte cose sono cambiate nel mondo del petrolio. In particolare lo sviluppo della produzione di shale oil (estrazione del petrolio a sabbie e rocce bituminose e rocce, inquinante e costoso ma conveniente con il petrolio sopra i 50/60 dollari) che ha permesso agli Stati Uniti di diventare il primo produttore al mondo e trasformarsi da importatore ad esportatore netto di oro nero. Washington potrebbe aprire di più i suoi rubinetti e compensare parte del mancato afflusso dal Golfo Persico. Il balzo delle quotazioni di lunedì ha impressionato ma è stato tutto sommato contenuto e se si considera il danno subito dall’Arabia. Questo a dimostrazione di come esista una consapevolezza di una certa capacità di supplire ad una temporanea caduta delle forniture arabe.

L’Arabia Saudita, secondo produttore e primo esportatore al mondo, è il paese che dispone della maggiore capacità di aumentare in tempi rapidi i flussi di greggio e calmierare i prezzi. Per qualche tempo però questa capacità verrà meno. Dagli impianti messi fuori uso provengono i due terzi dell’export saudita. Il danno ha causato la sospensione di forniture per quasi 6 milioni di barili al giorno. Al di là delle rassicurazioni di rito arrivate da Riad, i tempi per il ritorno alla piena operatività degli impianti colpiti nel week end potrebbero non essere brevi. Non giorni ma settimane, forse mesi.

Anche la Russia, terzo produttore al mondo, dispone di spazio per incrementare la sua attività estrattiva, ma i tempi sono lunghi. Come sempre accade quando si parla di petrolio, considerazioni economiche si intrecciano però con quelle politiche. Per Mosca, vendere più petrolio a prezzi più alti, almeno per un limitato periodo di tempo, potrebbe essere una buona opzione. Nel medio lungo termine è diverso. Prezzi troppo alti troppo a lungo producono un rallentamento dell’economia globale e quindi un calo della domanda. Un boomerang per i paesi produttori.

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