Dopo la conferma della condanna per pedofilia il cardinale George Pell, ex arcivescovo di Melbourne prima e di Sydney poi, ha presentato il ricorso all’Alta corte australiana. Si tratta dell’ultimo giudizio all’ex “uomo forte” dell’Economia vaticana per evitare la condanna per abusi sessuali su minori. Il prelato, condannato a sei anni, è accusato di aver abusato di due coristi-chierichetti 13enni. Pell, che ha sempre respinto le accuse rivendicando, è in carcere e potrà chiedere la libertà su cauzione dopo tre anni e otto mesi.

L’ex prefetto vaticano per l’Economia è il prelato più alto in grado mai condannato penalmente per abusi su minori. La decisione della Corte d’Appello, emessa il 21 agosto scorso con una maggioranza di due giudici a uno (favorevoli il giudice capo Anne Ferguson e il presidente della Corte Chris Maxwell, dissenziente il terzo giudice Mark Weinberg, ex capo della pubblica accusa federale), ha confermato il verdetto emesso lo scorso dicembre dalla giuria di un tribunale di Melbourne. I due giudici favorevoli hanno stabilito che la sola vittima di Pell ancora in vita fosse un testimone credibile e veritiero. I legali del porporato si affideranno però in gran parte all’opinione contraria del giudice Weinberg, che si è opposto al verdetto poiché a suo avviso non soddisfa il principio in base al quale una persona può essere condannata solo se le prove ne dimostrano la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio.

L’appello presentato oggi potrà essere respinto, oppure le parti saranno convocate ad una breve udienza per un’ulteriore valutazione. Se il ricorso sarà accettato, passeranno altri 4-6 mesi prima che l’appello sia udito. Il 21 agosto scorso, “ribadendo il proprio rispetto per le autorità giudiziarie australiane”, la Santa Sede aveva “preso atto” della decisione di respingere l’appello di Pell. “In attesa di conoscere gli eventuali ulteriori sviluppi del procedimento giudiziario – aveva dichiarato il portavoce Matteo Bruni -, ricorda che il Cardinale ha sempre ribadito la sua innocenza e che è suo diritto ricorrere all’Alta Corte”. Nell’occasione, “insieme alla Chiesa di Australia”, la Santa Sede aveva confermato “la vicinanza alle vittime di abusi sessuali e l’impegno, attraverso le competenti autorità ecclesiastiche, a perseguire i membri del clero che ne siano responsabili”.

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