Uber o Lyft (app per il car sharing) devono garantire la protezione sindacale e altri diritti ai propri lavoratori, che devono trattare come veri e propri dipendenti. Il Senato della California ha approvato la Assembly Bill 5, una legge che potrebbe trasformare le realtà della gig economy che basano la loro attività sulle app – incluse quelle di food delivery – e aprire la strada a norme simili in altri stati Usa. Il provvedimento arriva a seguito di una polemica che dura da anni e un testo simile è presente nelle agende elettorali di diversi candidati democratici alla Casa Bianca, come Bernie Sanders, Elizabeth Warren e Kamala Harris.

La norma, scrive il New York Times, è passata con 29 voti favorevoli e 11 contrari. Entrerà in vigore dal 1 gennaio e prevede che i lavoratori siano trattati come dipendenti se la compagnia controlla la loro produttività e rendimento o se il loro lavoro rientra nelle normali attività della società. La legge avrà impatto su almeno un milione di persone che includono autisti, riders, bidelli, estetiste, dogsitter e proprietari di franchising. Tutti lavoratori che non hanno né un salario minimo garantito né un’assicurazione. E ora leggi simili, finora bloccate a New York, nello Stato di Washington e in Oregon, potrebbero trovare nuovo impulso. New York ha approvato il salario minimo per gli autisti che utilizzano piattaforme online, senza però obbligarle a considerarli dipendenti.

Guardando all’Italia il decreto per la tutela del lavoro e le crisi aziendali, bloccato dalla crisi di governo e pubblicato in Gazzetta solo il 4 settembre, prevede che soltanto i lavoratori ancora inquadrati con un contratto cococo possano rivendicare tutti i diritti che spettano ai dipendenti. Gli altri – la stragrande maggioranza dei ciclofattorini – dovranno aspettare la prossima primavera e a quel punto potranno contare sulla copertura assicurativa Inail ma non su un compenso fisso in base alle ore lavorate: il cottimo, diventato ormai la tipologia di pagamento più diffusa, resta consentito.

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