Breve riassunto delle puntate precedenti. Domenica, stadio Sardegna Arena di Cagliari, secondo turno del campionato di calcio. I padroni di casa ospitano l’Inter. Al 71esimo minuto di gioco viene fischiato un fallo in area in favore degli ospiti. Sul dischetto va Romelu Lukaku. Cosa succede? Buu e ululati scimmieschi dalla curva sarda. A fine incontro dichiarazioni, polemiche e precisazioni. Cala il sipario, tutto archiviato. Come al solito.

Poi – e veniamo al presente – il capolavoro dei capolavori. Il surreale – e sì, inquietante – comunicato (sic) della Curva Nord dell’Inter. Che per respingere le accuse di razzismo, diffonde un testo, in italiano e in inglese (così, giusto per permettere anche a chi sta dall’altra parte del mondo di capire quanto, da noi, ci si possa ricoprire di ridicolo apparentemente senza senso della vergogna), che non è altro che un’apologia del razzismo. Solo che gli estensori, dotati di un livello di comprensione del testo che non supererebbe l’analisi di un racconto affidato agli studenti del terzo anno di una scuola primaria, non se ne rendono conto.

“Caro Romelu”, scrivono i nostri, non è come sembra. Non fraintendere, “non siamo razzisti”. Perché se ti paragoniamo a una scimmia, sottintendendo che nella scala evolutiva sei rimasto un bel pezzo indietro, e che noi, bianchi, siamo superiori, “non lo facciamo perché siamo razzisti. Ma per aiutare la nostra squadra. In Italia si fa così”. Benvenuto, Romelu, again. Poi il pezzo forte: “Noi siamo molto sensibili e inclusivi con tutti. Possiamo garantirti che tra noi ci son frequentatori di diverse razze (sic!) e provenienze che condividono questo modo di provocare i giocatori avversari dell’Inter persino quando questi ultimi sono della loro stessa razza (sic!) o provenienza geografica”. Ma, caro Romelu, non siamo razzisti. Già, perché – e questa è la conclusione degna di un romanzo di Steinbeck – “i tifosi sono solo tifosi e agiscono in modo differente allo stadio e nella vita reale”. Non fa una piega. Alla faccia di David Hilbert.

Ovviamente il comunicato ha riscosso grande consenso. Gli ultrà cagliaritani si stanno ancora spellando le mani per il sostegno, inatteso, dei compagni nerazzurri. Mi immagino, tuttavia, che a questo punto le (poche, numerose?) tifoserie in dissenso stiano diffondendo la loro posizione di condanna. Ah, no, come dite? Non è successo? Dai, succederà.

Il merito della Curva Nord interista, se non altro, sarà quello di compattare l’opinione pubblica. Al momento non posso credere che qualcuno dia loro ragione. Se sì, cari lettori, scrivetemi perché. Da solo non ci arrivo.

Ora me li figuro, gli ultrà, lì, in piedi; idealmente sostenuti non dalla forza delle argomentazioni ma soltanto da quell’aura di pantagruelica tracotanza con cui si caricano, tutti insieme, come un rito, prima di entrare allo stadio e da piccoli farsi grandi; me li immagino, dicevo, in piedi con le braccia spalancate, senza alcuna ragione. Come a dire: “Vai, spara”. E il torto più grande che si possa far loro, e al contempo la misura più efficace nel migliore dei mondi possibili, sarebbe quello di chiudere la curva. E prenderli, uno a uno, e mandarli a scuola. Di nuovo. Perché, si vede, la prima volta non è servita a granché.

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