I cambiamenti climatici potrebbero far salire il livello del Mar Mediterraneo fino a 20 centimetri entro il 2050 e fino a 57 centimetri entro il 2100. A rivelarlo uno studio pubblicato sulla rivista Water dai ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) di Bologna e di Roma, dell’olandese Radbound University e dell’Università la Sorbona di Parigi. Tra le città che maggiormente risentiranno delle variazioni c’è Venezia dove l’acqua, nel 2100, potrebbe salire di 60 – 82 centimetri rispetto ad oggi.

Due gli scenari prospettati dallo studio. Uno che vede, appunto, il mare alzarsi di 20 centimetri entro 30 anni, e un altro più positivo. “Nello scenario RCP2.6 (il secondo, ndr), meno critico del precedente, nel 2050 si potrà avere un aumento di 17 cm e nel 2100 di 34 cm”, evidenzia Marco Anzidei, ricercatore dell’Ingv e coautore dello studio.

Nello specifico gli studiosi hanno osservato le variazioni del livello in corrispondenza di nove stazioni mareografiche, poste nel Mediterraneo centro-settentrionale, che ne misurano il livello dal 1888. I dati delle stazioni sono stati incrociati e combinati con quelli delle proiezioni climatiche fornite dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC, organismo delle Nazioni Unite per la valutazione della scienza relativa ai cambiamenti climatici). Prese in considerazione anche le misure relative all’abbassamento del suolo per cause naturali o dovute alle attività umane, ottenute con il Gps negli ultimi 20 anni.

Anche gli effetti locali, come le fluttuazioni del livello marino, possono incidere sulla variazione totale attesa fino al 9%. Proprio questo è il motivo per cui nella laguna veneta l’aumento del livello marino è accelerato, spiega il ricercatore Antonio Vecchio. “In particolare – conclude Marco Anzidei – lungo le coste basse e subsidenti gli aumenti attesi sono in grado di causare una ingressione marina più rapida, cioè il mare tende a sommergere tratti più o meno ampi di costa in maniera più veloce rispetto alle zone non subsidenti. Ciò rappresenta un fattore di rischio per l’ambiente, per le infrastrutture e per le attività umane, come l’erosione e l’aumento dei rischi legati ad inondazioni, mareggiate e maremoti, con le conseguenti perdite economiche. Le istituzioni, a tutti i livelli di governance, devono tenere conto di queste proiezioni perché sono fondamentali per affrontare in modo più consapevole la gestione delle nostre coste”.

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