“Non ci sarà un’altra Tienanmen“, assicura il governo cinese, pur non escludendo “l’opzione dell’uso della forza“. Proprio per questo “il rischio c’è”, come replicano da più parti. Alla vigilia dell’undicesimo weekend consecutivo di proteste antigovernative ad Hong Kong, non si placano le tensioni sia locali sia internazionali. Mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha invitato il suo omologo Xi Jinping a trattare con i manifestanti, la Cathay Pacific – compagnia aerea cinese con sede e hub principale nell’ex colonia britannica – fa registrare le improvvise dimissioni dei suoi due massimi dirigenti, l’ad Rupert Hogg e il chief customer and commercial officer, Paul Loo, dopo il licenziamento (che pare rientrato) di alcuni dipendenti che hanno partecipato ai riot delle scorse settimane. Nel frattempo, sale agli onori della cronaca la posizione dell’attrice Liu Yifei, cinese ma naturalizzata americana, che sarà protagonista sul grande schermo del remake del cartone animato Mulan: la star di Hollywood ha solidarizzato con la polizia cinese – dunque contro i manifestanti – motivo scatenando gli appelli al boicottaggio della pellicola Disney.

Terremoto alla Cathay Pacific – Alla vigilia della manifestazione con lo slogan “Sostieni Hong Kong, potere al popolo”, in corso nel pomeriggio – dalle ore 20 locali – il primo scossone lo hanno dato le dimissioni al vertice della Cathay Pacific. I nuovi dirigenti sono Augustus Tang e Ronald Lang. In entrambi i casi, precisa un comunicato, il passo indietro non è dovuto a disaccordi con il cda, quanto alla volontà di Hogg e Loo, “alla luce degli avvenimenti degli ultimi giorni, di assumersi responsabilità in quanto dirigenti”. La comunicazione ufficiale fornita dal vettore non scende ulteriormente nei dettagli, ma le motivazioni addotte sembrano rimandare ai due licenziamenti annunciati il giorno prima di Ferragosto per altrettanti piloti coinvolti nelle proteste in corso nella metropoli asiatica.

Soprattutto considerato il modo in cui si conclude l’annuncio. “Cathay Pacific è pienamente impegnata nei confronti di Hong Kong sotto il principio del ‘una nazione, due sistemi‘ che è sancito dalla legge fondamentale”, si legge nel documento, attraverso il quale la compagnia si conferma tra l’altro “fiduciosa che Hong Kong avrà un grande futuro”. Nei giorni scorsi, la direzione dell’aviazione civile cinese aveva avvertito la compagnia che i dipendenti vicini al movimento pro-democrazia non sarebbero stati autorizzati a salire sui voli diretti verso la Cina o destinati ad attraversare il suo spazio aereo. Lo stesso Hogg aveva inviato un messaggio allo staff invitando gli addetti a non supportare il movimento e a non partecipare a nuove manifestazioni all’aeroporto di Hong Kong. Augustus Tang, che gli subentra in veste di ceo, è un veterano del gruppo Swire, il principale azionista di Cathay Pacific, per il quale lavora dal 1982.

Media governatici cinesi: “Non sarà come 30 anni fa” – Tornando a Hong Kong, un editoriale pubblicato sul quotidiano cinese Global Times – in lingua inglese e legato al Quotidiano del popolo, organo del Partito comunista – spiega che Pechino non ha deciso di intervenire con la forza per reprimere le rivolte, “per quanto l’opzione sia a disposizione”. Se anche venisse inviato l’esercito, sostiene comunque la testata, non si andrebbe verso una ripetizione dell’incidente del 4 giugno 1989. La data, appunto, delle dimostrazioni in Piazza Tienanmen. L’opzione, come detto, resta però in piedi. “Se lo stato di diritto non potrà essere ripristinato e le rivolte si intensificheranno, allora sarà un imperativo per il governo centrale prendere azioni dirette nel rispetto della Basic Law”, la Costituzione di Hong Kong.

L’auspicio è che la “società di Hong Kong possa riconoscere il tentativo di Washington di distruggere la città”, e dunque “restaurare attivamente lo stato di diritto sotto la leadership del governo locale”. John Bolton, consigliere di Trump sulla sicurezza nazionale, ha ammonito giovedì la Cina contro l’ipotesi di dare vita a una “nuova piazza Tiananmen”, in risposta alla protesta degli studenti. E Pechino ha ripetuto più volte le sue critiche verso “forze straniere” accusate alimentare i tumulti. “Il rischio di una nuova Tienanmen, di una pesante repressione è possibile, perché c’è in ballo il presente e il futuro di Hong Kong, ma soprattutto il futuro della Cina stessa”, dichiara padre Bernardo Cervellera, direttore di Asia News.

Sui social l’invito al boicottaggio del film Mulan – Intanto, la protesta di Hong Kong è arrivata fino a Hollywood. La presa di posizione di Liu Yifei, l’attrice nata in Cina ma naturalizzata statunitense, che la Disney ha scelto per l’atteso remake di ‘Mulan’, ha infatti provocato un’ondata di polemiche postando su Weibo, il Twitter cinese, la sua solidarietà alla polizia dell’ex colonia britannica, accusata dai dimostranti di usare forza eccessiva nel contrastare le proteste. “Io sostegno la polizia di Hong Kong, ora potete attaccarmi tutti. Che vergogna per Hong Kong”, ha scritto l’attrice provocando un’immediata reazione nel mondo dei social. Su Twitter – che è vietato in Cina – ha subito iniziato a circolare l’hashtag #BoycottMulan, ed in poche ore sono stati circa 40mila i tweet di sostegno al boicottaggio.

“Liu è una cittadina americana naturalizzata, deve essere bello, mentre offende le persone che lottando per la democrazia”, si legge in uno di questi tweet. Mentre l’attrice sta ricevendo entusiastico sostegno su Weibo: “Credere nel governo, nel governo centrale e nel Paese”, si legge in uno dei post. Ovviamente il mercato di Hong Kong è molto ridotto rispetto a quello cinese, ma la speranza dei sostenitori dei manifestanti è di sensibilizzare i fan in tutto il mondo e creare una protesta globale. E non è chiaro come possa reagire anche la nota casa di produzione californiana di fronte a questa presa di posizione personale.

Il programma delle proteste nel weekend – In questo momento a Hong Kong si sta svolgendo una manifestazione degli studenti che si riuniranno sotto lo slogan “Sostieni Hong Kong, potere al popolo”, dove sono presenti anche l’attivista Joshua Wong, leader delle proteste del 2014, e della cantante-attivista Denise Ho. Ma più che agli Stati Uniti, la richiesta è diretta al Regno Unito affinché chieda il rispetto della Dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984, con cui Pechino si impegnò a rispettare i diritti e le libertà dell’ex colonia britannica. Questo patto prevedeva sanzioni “ai responsabili e ai complici della soppressione dei diritti e delle libertà di HongKong”.

Non è tutto. Sabato mattina alle 11.00 (le 5.00 in Italia) è prevista una marcia dei docenti fino alla residenza della leader Carrie Lam, mentre alle 15.30 (le 9.30 in Italia) è in programma una nuova protesta tra i quartieri popolari tra i turisti cinesi di Hung Hom e Kwan Wan. Nessuna di queste manifestazioni è stata autorizzata dalle autorità. Più tardi, alle 17.00 (le 11.00 in Italia) prenderà il via un evento a sostegno del governo di Hong Kong e di Pechino, durante il quale, annuncia il quotidiano ufficiale China Daily, “è attesa una grande folla che dirà ‘no’ alle violenze di manifestanti”. Domenica alle 14.30 (le 8.30 in Italia) è infine in programma l’evento principale, non autorizzato, organizzato dal Fronte civile dei diritti umani contro “la brutalità della polizia”.

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