Il parco degli aspiranti eredi del lascito elettorale di “Nosferatu” Berlusconi, veri o presunti che siano, da Giovanni Toti a Urbano Cairo, si arricchisce oggi della stazza ingombrante di Flavio Briatore, che annuncia l’ennesima discesa in campo di una lista personale – la sua – all’insegna generica del “partiam partiamo”. Ossia quel “Movimento del fare” il cui presunto tratto distintivo – l’ostentazione attivistica – deve essere una fissa Vej Piemont; se anche il suo conterraneo Oscar Giannino si era lanciato in politica asserendo una generica attitudine all’agire (il partito Fare per fermare il declino). Così, sulla parola. E non gli andò benissimo…

Forse andrà meglio al geometra, nato a Verzuolo provincia di Cuneo nel 1950, per il massimo di affinità con il modello in via di “ibernazione”: a cominciare da un patrimonio certamente dovizioso quanto di malcerta origine, in una biografia sempre sfiorata da qualche contiguità col malaffare. Se il modello originale si teneva in casa come improbabile stalliere un noto esponente della mafia siciliana e il suo braccio destro Marcello Dell’Utri ancora langue ai domiciliari per concorso esterno in associazione mafiosa, la storia del ragazzo in carriera della Provincia Granda inizia nel 1979 con l’assassinio a Cuneo del suo socio, il costruttore Dutto, da parte della criminalità organizzata e prosegue con il trasferimento milanese nel business delle bische clandestine con conseguente processo, da cui si sottrasse con la fuga nelle Isole Vergini. E il rientro in Italia solo dopo l’avvenuta amnistia.

Dunque un bel personaggetto, che tende perfino a risultare la caricatura dell’originale enfatizzandone gli aspetti più grotteschi. Per esempio la comune fisima di definirsi “imprenditore di successo”, quando – in effetti – siamo in presenza al massimo di impresari. Se il Berlusca ha raggiunto l’apice del business da tycoon televisivo, il Cuneese al Rum per occupazione dichiarata risulta gestore di locali da riccastri (i Billionaire a Dubai, Porto Cervo e Montecarlo), albergatore keniota a Malindi (il resort Lion in the Sun) dove ospita gente come Beppe Grillo, Paolo Bonolis e Simona Ventura.

Ultima, ma non ultima, l’affinità lookologica tra i doppiopetto con revers ascellari “sogno da ragioniere” dell’ex Cavaliere e le canottiere blu sotto la giacca con pretesa di informalità lussuosa del follower. Difatti la discesa in campo annunciata potrebbe essere solo l’ennesimo oltraggio al gusto di questa stagione dominata dal Cafonal. Al tempo della neo-borghesia cafona egemone, quando i modelli di apprezzabilità sociale diventano quelli tracotanti del lusso pacchiano, esibito come stile esclusivo ma non inimitabile, esteso alle masse di arricchiti e di quanti intenderebbero farsi passare per tali. Grazie all’ostentazione che fa fede di appartenenza. Particolarmente apprezzato lo spreco di materiali pregiati come linguaggio simbolico di suprema indifferenza possessiva. Che c’è di meglio dell’usare un plateau di ostriche come portacenere per spegnervi l’ultima sigaretta?

Sicché, in questa galleria di tipi che te la vogliono “sbattere” in faccia tutta, spicca il mascherone riccioluto del pesce pilota di avanzi di balera Flavio Briatore. E per inquadrare il personaggio non c’è bisogno di ricordarne disavventure col fisco, barche sequestrate, consumi ostentativi che si possono definire “da sogno” soltanto perché iscritti in estetiche da parvenu. Basta dare un’occhiata ai suoi piedi, dove spicca l’uso sdoganato delle pantofoline di velluto, con tanto di monogramma o ghirigori vari (ma sempre dorati), che il calzolaio londinese Lobb di St. James Street (con succursale a Parigi, Faubourg Saint Honoré, presso Hermés) aveva creato come tenuta da casa per il gentleman. E che ora mister Billionaire, avanzando barcollante sul pontile di Porto Cervo, svilisce a ciabattine hawaiane.

Tutto questo fa pensare che il neo politico in campo troverà frotte di estimatori, affascinati dall’esibizione del successo purchessia. E una casa ospitale presso Matteo Salvini, che si appresta a raccogliere tutti i sopravvissuti di questo ignobile ventennio.

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