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Nordio, non basta citare il Codice Rocco per rivalutare il fascismo

È abbastanza "normale" che, in vent'anni di potere assoluto, il fascismo abbia avuto la possibilità di realizzare anche cose positive e l'abbia fatto. Ma la domanda è: a quale prezzo?
Nordio, non basta citare il Codice Rocco per rivalutare il fascismo
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di Roberto Celante

Dopo l’uscita della Premier Meloni sulla censura antifascista, ecco il ministro Nordio, che sottolinea la paternità fascista dell’attuale codice penale. È evidente che, per fermare a tutti i costi l’emorragia di consensi verso Futuro nazionale, la destra di governo stia perdendo serenità di giudizio.

Che si tratti di una propria iniziativa autonoma, o di una strategia di FdI, l’affermazione di Nordio mira senz’altro a solleticare l’orgoglio della minoranza di italiani che si sente tuttora custode di un’ideologia “perseguitata” da ottant’anni di democrazia. Il Guardasigilli ammicca a chi ritiene che il fascismo non sia stato altro che una fase come un’altra della storia d’Italia, caratterizzata da una gestione efficiente della cosa pubblica, e che si concluse anzitempo, per un errore di calcolo nella fatale scelta dell’alleanza militare. L’affermazione di Nordio lusinga chi ritiene che la democrazia, da ottant’anni a questa parte, sia stata soltanto una zavorra per le potenzialità del Paese, perché ingesserebbe le istituzioni, abortirebbe le riforme necessarie, frenerebbe lo sviluppo economico.

La narrazione di certi revisionisti odierni racconta di una “dittatura all’acqua di rose, perché, se non protestavi, nessuno ti toccava”. In compenso, fu avviata l’elettrificazione delle ferrovie; fu realizzata la prima autostrada; furono bonificate intere province; fu superata la crisi del ’29; furono edificati migliaia di alloggi di edilizia popolare e centinaia di edifici pubblici; furono rese pubbliche le assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro e contro le malattie dei lavoratori, nonché il trattamento pensionistico; furono risolti i conflitti sociali con il sistema corporativista; fu innovata la scuola; furono riformati i codici civile e penale, nonché i rispettivi codici di procedura.

E c’era “ordine”: almeno, questa era la percezione della società dell’epoca, che pare fosse lieta di poter “dormire con la porta aperta”, anche se in realtà le carceri non erano meno affollate di quelle di oggi. E c’era “la certezza della pena”, anche se, nel 1937, in occasione della nascita di Vittorio Emanuele di Savoia, nipote del Re Imperatore, il fascismo concesse un’amnistia (dalla quale furono comunque esclusi i “pericolosissimi” detenuti politici), utile proprio a sfoltire la popolazione carceraria.

Al di là di questi ultimi miti sfatati, nonché dell’immane tragedia della guerra, e a parte i nostalgici per sentito dire, in molti potrebbero essere tentati dall’apprezzare le realizzazioni positive del regime, sopra citate. Ebbene, è abbastanza “normale” che, con vent’anni a disposizione ed esercitando il potere assoluto, il fascismo abbia avuto la possibilità di realizzare anche cose positive e l’abbia fatto. Ma la domanda è: a quale prezzo? Possiamo dire che sia accettabile barattare la propria libertà con uno stato più efficiente? Quanto vale la libertà di manifestazione del pensiero, senza timore di ritorsioni? Sì può pensare di scambiare la libera informazione con la propaganda? Il tutto, in cambio di alcuni vantaggi materiali, anche se mai sperimentati prima?

Sono queste le domande che dobbiamo porci, come cittadini consapevoli dei diritti e dei doveri di cui siamo portatori, secondo quanto previsto dalla Costituzione, quando sentiamo esaltare i risultati del regime, quando assistiamo a tentativi di revisionismo.

Quindi, ministro Nordio, il Codice Rocco del 1930 (che, peraltro, come le è ben noto, oggi risulta rimaneggiato rispetto alla stesura originale, perché molte norme sono state nel frattempo espunte o modificate dal Parlamento, ed altre dichiarate incostituzionali dalla Consulta), non è stato affatto un lascito tale da consentire di rivalutare il fascismo, né lo sono le altre realizzazioni positive del regime, perché la libertà e la democrazia sono beni insostituibili, inalienabili, inestimabili.

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