Gli amici della redazione mi hanno chiesto di esprimermi sul triste solitario y final dissolversi di Forza Italia. E mi hanno messo in difficoltà, visto che Marco Travaglio ha affrontato il tema nel solo modo logico, il ridicolo, e Antonio Padellaro nella chiave della nostalgia canaglia, lasciando ben poco spazio all’immaginazione.

Certo, avrei potuto levare il calice di Alceo al dissolversi di ciò, in attesa del colui, che ha costituito l’incubatore, il precursore, di tutto l’avvilente, degradante, spettacolo che la politica da in questi tempi dal Papeete al numero 10 di Downing street o alla Pennsylvania Avenue. A suo modo un grande movimento innovatore. Ma ovviamente non è questo il momento di brindare. E allora?

Mi ha aiutato la foto di un altro scioglimento, quello dei ghiacciai groenlandesi. Per individuare nella parabola del berlusconismo la categoria dello spreco. Lo spreco di tempo. E mentre ne ragionavo è arrivata l’intervista a Del Debbio per confermarmi che la categoria è corretta. Non solo e non tanto per chi ha passato il quarto di secolo dalla discesa in campo del cavaliere nero ( il titolo del Manifesto il giorno dopo il sostegno espresso a Fini per la corsa al Campidoglio) ad opporvisi in ogni modo possibile. No, per loro. Per chi ci ha creduto, e per chi ha votato.

Per vent’anni sotto le roboanti retoriche del fare, delle trincee del lavoro, dei nuovi miracoli italiani, delle rivoluzioni liberali abbiamo assistito ad una pantografia nazionale del dinamismo del cane di Balla. Il muoversi frenetico delle zampette e della coda nell’immobilità del corpo ed ovviamente del quadro. E non uno dei problemi strutturali del paese è stato davvero affrontato e risolto oppure messo da parte in maniera definitiva. Basta scorrere i temi di cui la politica strepita. Più o meno sono su piazza da un ventennio. L’immigrazione della legge Bossi-Fini, il Tav, l’età del pensionamento, il cuneo fiscale, il taglio delle tasse oggi in versione flat, mentre sto ancora aspettando le due aliquote promesse da Berlusconi agli esordi.

Come dimostrano i fiumi che scorrono tra i ghiacci, lo spreco di tempo (il protocollo di Kyoto è del 98), la negazione dei problemi, l’indicazione di percorsi alternativi privi di fondamenta scientifiche e logiche, in economia vengono in mente la curva di Laffer o il teorema dell’austerità espansiva, non è solo una posposizione della soluzione ma un violazione esiziale del principio di prudenza. L’Italia ereditata dai vociferanti esagitati che incontrai alla Fiera di Roma in occasione del lancio del movimento, gente che si sentiva estranea e vinta in patria, mentre era in realtà la stessa classe dirigente di prima meno i finiti in galera per merito di Borrrelli e Di Pietro, era un paese debole ma ancora vitale. Lo stava dimostrando il piccolo boom successivo all’abbandono delle parità di cambio nello Sme. Oggi il mix diabolico della loro cleptocrazia camuffata da rivoluzione liberale, e la vera rivoluzione liberale camuffata da sinistra che ci ha portati al decennio perduto della crisi europea ci restituisce un paese che si sta letteralmente sciogliendo. Portando al mare le sue acque reflue prima congelate sotto il permafrost della decenza. E il tempo passa e fermalo se puoi.

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