Diceva che “ogni singola storia d’amore, vissuta o inventata, riesce a essere unica e diversa e irripetibile rispetto ai miliardi di altre storie già accadute, che accadono, che accadranno”. E per questa originalità sempre continua non esistono al mondo maestri o botteghe che possano insegnarci l’amore. L’unico modo per impararlo, ripeteva Andrea Camilleri, è “amando, vale a dire perdendosi”. La volta che lui si perse e imparò l’amore, iniziò con un “disastro”. Era a Roma, era il 1953, e lui aveva 28 anni. Stava facendo le prove per la sua prima commedia, e venne avvicinato da un’amica, che le presentò una sua amica, che a sua volta si era appena laureata alla Sapienza con una tesi su Pico della Mirandola, e che voleva seguire la preparazione del suo spettacolo. Si chiamava Rosetta dello Siesto e veniva da Milano. Un nome che con lui non c’azzeccava niente.

Rosetta cominciò a seguire le prove, ma come Camilleri s’accorse ben presto, non c’azzeccava niente neanche col teatro e le sue regole: “Una o due volte che le chiesi di aiutarmi concretamente per gli effetti sonori e rumoristici mi combinò dei disastri”, racconterà lui nel libro-testamento Ora dimmi di te. Lettera a Matilda (la sua nipote, ndr). “Se non persi le staffe fu perché mi riusciva stranamente simpatica e la sua presenza mi metteva allegria”. Finito lo spettacolo se ne andò in Sicilia dai suoi, ma si rese conto che non c’era giorno in cui non pensava a quella ragazza prima d’addormentarsi. Una cosa strana, una cosa nuova. Chiese a due amici d’infanzia cosa gli stava succedendo: “‘Te ne sei innamorato’, mi dissero. Così, appena tornai a Roma le telefonai e la invitai a cena, lei accettò. Da quella sera ceniamo assieme da oltre sessant’anni”.

Sono stati un po’ di più, a voler fare i precisini come a lui non sarebbe piaciuto. Perché “in amuri, la ragione o si dimette o va in aspettativa”. E quindi a che serve fare i calcoli. Prendete il giorno del suo matrimonio. Nel giro di poche ore i due si presero a schiaffi, risero senza motivo e cercarono di “sposare” un povero prete. C’è che lui, quella mattina si presentò con un vestito strettissimo. Cocciuto che era, non aveva ascoltato il consiglio di lei di non rivolgersi al sarto a cui si era affidato in precedenza. “Appena Rosetta mi vide, mi disse: ‘Lo vedi? Non hai voluto sentirmi e il sarto ti ha fatto delle spalle strettissime’. A quelle parole mi sentii impazzire, tutta la tensione della notte precedente divenne esplosiva. Mi tolsi la giacca e urlai: ‘E allora scegliti un marito dalle spalle larghe!’. Presi la giacca e gliela sbattei in faccia. Rosetta non batté ciglio, fece un passo avanti e mi mollò un ceffone in piena faccia”. Fu quello l’ultimo a schiaffo che ricevette in vita sua Andrea Camilleri. “Un secondo dopo ci mettemmo a ridere con le lacrime e tutta la cerimonia del matrimonio in chiesa fu un ridere continuo”. Come quando Rosetta riuscì a infilare la fede nel dito di un prete giustamente inorridito, che continuava a gridare: “Non a me, non a me”. «Quello fu giorno più allegro della mia vita”, disse Camilleri pochi mesi fa.

Da quella storia d’amore nacquero tre figli, quattro nipoti, un pronipote e pure tanti romanzi. Perché Rosetta, più diffidente verso il circo editoriale che girava attorno a suo marito e meno cerimoniosa nei giudizi, diventò la più affidabile lettrice di Camilleri. “Non c’è rigo che io abbia pubblicato che non sia stato prima letto da lei”. E quando la passione della vita di coppia rischiò di spegnersi, causa tre figlie in casa e due consuocere nell’appartamento di fianco, che ti fece Camilleri? Senza dire niente a nessuno affittò un pied-à-terre, l’arredò e poi lo comunicò a Rosetta: “Lì, di nascosto da tutti, come due amanti, ci vedevamo qualche ora nel pomeriggio , poi la sera ci ritrovavamo a cena come se non ci fossimo visti all’ora di pranzo”. La ragione in aspettativa.

Poco prima di morire, alla domanda se avesse rimpianti sul tempo passato, Camilleri ha risposto che “no, neanche uno”: “Sono stato un uomo fortunato. E se il mio matrimonio è durato tanto ciò è dovuto principalmente all’intelligenza, alla comprensione e alla pazienza di Rosetta”. E in fondo, in quello è stato opposto ma uguale al Commissario Montalbano. In ogni sua avventura il Commissario ha incontrato “pezzi di fimmine” di ogni tipo. Roba da svenire all’istante. È sempre stato lì lì per cedere al loro fascino, ma alla fine ha scelto sempre lei: quella Livia Burlando da Genova con la quale è fidanzato, a distanza, e che forse mai sposerà (“Perché un uomo non sposa mai la propria coscienza”, spiegò Camilleri). Ma l’unica che in fondo, a questo punto, amerà per sempre.

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