Il 3 luglio, a sei anni esatti dalla deposizione dell’ex presidente Mohamed Morsi, recentemente deceduto, Amnesty International ha pubblicato un’analisi della situazione dei diritti umani dal 2013 a oggi, che verrà sottoposta al Consiglio Onu dei diritti umani in vista dell’Esame periodico universale cui l’Egitto sarà sottoposto a novembre.

Da quando il presidente al-Sisi ha preso il potere, la situazione dei diritti umani in Egitto ha conosciuto un deterioramento catastrofico e senza precedenti. Attraverso una serie di leggi draconiane e di tattiche repressive delle sue forze di sicurezza, le autorità del Cairo hanno orchestrato una campagna coordinata per rafforzare la stretta sul potere, erodendo ulteriormente l’indipendenza del potere giudiziario e imponendo soffocanti limitazioni nei confronti dei mezzi d’informazione, delle Ong, dei sindacati, dei partiti politici e dei gruppi e attivisti indipendenti.

Per “legalizzare” la repressione, sono state via via introdotte numerose norme, veri e propri strumenti nelle mani del governo per ridurre al silenzio chiunque lo critichi. Il tutto, proprio mentre le forze di sicurezza ricorrono sistematicamente alla tortura, anche nei confronti di minorenni, per estorcere confessioni che determineranno condanne al termine di processi irregolari.

La legge del 2017 sulle Ong consente alle autorità di negare il riconoscimento di queste ultime, di limitarne attività e finanziamenti e di indagare il loro personale per reati definiti in modo del tutto vago. Nel dicembre 2018 sono stati annunciati emendamenti alla legge ma non è chiaro se questi avranno a che fare con questioni legate ai diritti umani.

Nel 2018 sono state approvate la legge sui mezzi d’informazione e quella sui crimini informatici, che hanno esteso ulteriormente i poteri di censura sulla stampa cartacea e online e sulle emittenti radio-televisive. Secondo l’Associazione per la libertà di pensiero e di espressione, dal maggio 2017 le autorità egiziane hanno bloccato almeno 513 siti web, tra cui portali informativi e di organizzazioni per i diritti umani.

Dal 2013 migliaia di persone sono state trattenute in detenzione preventiva in isolamento per lunghi periodi di tempo, a volte anche per cinque anni, spesso in condizioni inumane e crudeli, senza cure mediche adeguate e con scarso accesso alle visite familiari. In alcuni casi, la polizia ha trattenuto per mesi persone di cui i tribunali avevano ordinato il rilascio. Questi ultimi hanno imposto misure cautelari pesantissime soprattutto nei confronti di giornalisti e attivisti.

Per limitare arbitrariamente la libertà di espressione, di associazione e di manifestazione pacifica, in questi sei anni le autorità egiziane si sono costantemente basate su una legge relativa alle manifestazioni di epoca coloniale, adottata nel 1914, sulla draconiana legge sulle proteste del 2013 e sulla legge antiterrorismo del 2015.

Le autorità hanno anche approvato leggi che rafforzano le limitazioni ai sindacati indipendenti e l’impunità per le alte cariche delle forze armate per reati commessi dal 2013 al 2016, un periodo nel quale centinaia di manifestanti sono stati vittime di uccisioni illegali da parte delle forze di sicurezza (neanche due mesi dopo l’insediamento di al-Sisi, il Cairo conobbe la sua Tiananmen).

Gli emendamenti costituzionali adottati nell’aprile 2019 hanno indebolito il primato della legge, compromesso l’indipendenza del potere giudiziario, aumentato i processi in corte marziale per i civili, eroso ulteriormente le garanzie di un processo equo e cristallizzato l’impunità per i membri delle forze armate.

Gli emendamenti consentiranno anche al presidente al-Sisi di controllare dall’inizio alla fine l’applicazione delle norme che “legalizzano” la repressione, attraverso il potere di nomina delle alte cariche giudiziarie e la supervisione in materia giudiziaria.

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