Dentro la mente di Sànchez: perché difende a oltranza Zapatero travolto dallo scandalo? La storia del rapporto tra i due leader della sinistra spagnola
Era il 19 maggio, e Pedro Sánchez stava tenendo una conferenza stampa al Congresso dei Deputati quando i giornalisti gli hanno chiesto del caso Plus Ultra. L’imputazione di José Luis Rodríguez Zapatero era notizia da poche ore: il giudice dell’Audiencia Nacional José Luis Calama lo aveva iscritto nel registro degli indagati per traffico di influenze e corruzione. La risposta di Sánchez è arrivata senza esitazione: “Todo mi apoyo“. Tutto il mio sostegno.
Pochi giorni dopo, stavolta da Roma dopo l’udienza con Papa Leone XIV, Sánchez ha confermato la posizione: ha letto il fascicolo del giudice, ha sentito giuristi di fiducia e dice di non aver trovato nulla che lo convinca a cambiare idea. Il governo, secondo fonti interne citate da Europa Press, intende difendere l’innocenza di Zapatero fino alla comparizione davanti al giudice Calama, fissata per il 17 e 18 giugno. Per capire questa difesa a oltranza bisogna tornare indietro a dieci anni fa.
Il 1° ottobre 2016 Pedro Sánchez viene defenestrato dal suo stesso partito. La scena è quella di un Comité Federal durato dodici ore, nel corso del quale diciassette membri dell’Esecutiva federale si erano dimessi in blocco per forzare la crisi. L’obiettivo era chiaro: liberarsi di un segretario generale considerato un perdente seriale, che si rifiutava di astenersi per far governare Mariano Rajoy. Tra chi aveva sostenuto la mossa c’era anche Zapatero, figura ancora venerata nella sinistra spagnola. L’ex premier aveva contribuito, con la sua autorevolezza, a legittimare il golpe. Sánchez lascia e si dimette da deputato. Il Psoe sceglie Susana Díaz come nuova leader.
Quello che succede nei mesi successivi è la vera radice del legame attuale. Sánchez gira la Spagna in macchina, di sezione in sezione, raccogliendo consenso nella base militante — quella che non aveva voce nelle stanze della sede centrale di calle Ferraz, a Madrid. Meno di un anno dopo, nel maggio 2017, sconfigge Susana Díaz con oltre il 56% dei voti nelle primarie del partito. In quella campagna di ritorno, Zapatero riposiziona il suo appoggio verso il Sánchez vincitore, diventando uno dei suoi sponsor più visibili. Lo stesso Sánchez lo ha scritto nelle sue memorie, Tierra firme: “Lui mi ha chiamato agli albori della pre-campagna. Aveva mostrato di identificarsi con le politiche che stavamo portando avanti. Avevo sentito il suo appoggio in modo inequivocabile. Disse che voleva uscire allo scoperto, partecipare agli incontri nei media e ai comizi. Il suo ruolo fu decisivo“.
Per capire il peso simbolico di questa vicenda bisogna ricordare cosa rappresenta Zapatero nella memoria della sinistra spagnola. Eletto premier nel 2004, aveva portato la Spagna a legalizzare il matrimonio omosessuale, ritirare le truppe dall’Iraq e varare la legge sulla memoria storica. Per una generazione di militanti socialisti è il periodo in cui la sinistra aveva fatto quello che prometteva. Il suo finale fu traumatico — la crisi economica del 2008-2011 lo travolse — ma quella fine non cancellò il prima. Il politologo Jorge Lago sintetizza bene questa funzione: Zapatero, dice, “ha ottenuto qualcosa di enormemente necessario per le sinistre, rendere visibile una certa totalità, fare in modo che la somma dei seggi possa essere letta come qualcosa di più di una semplice somma di seggi”. In altri termini, è stato il collante simbolico che teneva insieme una coalizione di governo altrimenti difficile da leggere come progetto unitario.
È per questo che abbandonarlo sarebbe, per Sánchez, qualcosa di più di una mossa politicamente costosa. “L’imputazione può avere un effetto devastante sul sostegno dei cittadini al governo e al Psoe”, avverte Arantxa Elizondo, professoressa di Scienze Politiche all’Università dei Paesi Baschi. Il riconoscimento di Zapatero tra le forze di sinistra, spiega, viene soprattutto dal lascito della sua prima legislatura — le leggi sui diritti sociali, l’uguaglianza di genere, la memoria storica. “E per questo la sua imputazione può risultare demolente”.
Luis Miller, sociologo e ricercatore presso l’Istituto di Politiche e Beni Pubblici del CSIC, aggiunge una sfumatura importante: “Il suo lascito rimarrà, per quanto cada in disgrazia”. Il che significa che Sánchez, difendendo Zapatero, non difende solo un alleato politico: difende una pagina della storia del partito che ancora mobilita l’elettorato progressista. Cedere alla narrazione della destra — quella che dice che il centrosinistra spagnolo è strutturalmente corrotto — significherebbe spezzare un filo di continuità ideologica che il Psoe ha bisogno di mantenere intatto.
Il problema è che il sumario del giudice Calama descrive uno scenario molto complicato. Nelle conversazioni intercettate, i dirigenti di Plus Ultra si riferivano a Zapatero con espressioni come “aquí manda“, qui comanda Zapatero. L’ordinanza lo colloca al “vertice” di una “struttura stabile e gerarchizzata” dedita al traffico di influenze. L’Unità per i crimini economici e fiscali della polizia (Udef) ha ricostruito che avrebbe ricevuto almeno 2,6 milioni di euro da società sotto inchiesta. Nella cassaforte del suo ufficio la Guardia Civil ha trovato gioielli e orologi che potrebbero valere milioni.
La consegna ufficiale di Ferraz – sede del partito socialista spagnolo – è quella del muro: difesa della presunzione di innocenza, nessun commento sul merito del fascicolo, nessuna distanza pubblica dall’ex premier. In pubblico funziona. In privato le cose sono più complesse. Emiliano García-Page, presidente di Castiglia-La Mancha e uno dei baroni più critici verso la gestione di Sánchez, ha rotto il silenzio dai microfoni di Onda Cero: “Difficilmente si può isolare l’attività dell’ex presidente Zapatero dall’attuale governo”. Una frase che suona come un monito più che come una difesa. Unai Sordo, segretario generale di CCOO – il principale sindacato spagnolo, storicamente vicino al PSOE — ha dichiarato che l’apertura del procedimento contro Zapatero “pone il governo in una situazione delicata” per se stessa, e che la sola indagine formale contro un ex presidente “costituisce un fatto con gravi implicazioni istituzionali“. La pressione più politicamente significativa è arrivata dal PNV, il Partito nazionale basco. Il suo presidente, Aitor Esteban, ha usato parole inusualmente dure: sarebbe “irresponsabile”, sottolinea, che Sánchez continuasse “oltre il 2026, senza direzione, senza bilanci, senza una maggioranza stabile e con un’agenda fuori controllo e giudicializzata”. L’imputazione di Zapatero richiede, ha aggiunto, “molte spiegazioni“.
Il punto di svolta è fissato per il 17 e 18 giugno, quando Zapatero comparirà davanti al giudice Calama. La sua linea difensiva è chiara: nega qualsiasi relazione con il salvataggio di Plus Ultra e assicura di non aver mai parlato della questione con Sánchez né con nessun membro del governo — come ha già dichiarato al Senato il 2 marzo scorso. Il giudice Calama ha però una lettura diversa: considera che l’influenza di Zapatero sul processo di salvataggio sia stata “predominante“. Nel frattempo il governo resta esposto in modo peculiare: deve difendere qualcuno che non può ancora spiegarsi. Fonti governative citate da Europa Press confermano che Zapatero non rilascerà dichiarazioni pubbliche fino alla comparizione in tribunale. Sánchez deve reggere settimane di pressione senza che il principale interessato possa rispondere.
Lluís Orriols, politologo dell’Università Carlos III di Madrid aveva già avvertito a inizio 2026 — prima che esplodesse il caso Zapatero — che “la convocazione o meno di elezioni anticipate dipenderà dalla capacità del governo di gestire il logoramento parlamentare e giudiziario“. Un mese e mezzo dopo, il logoramento giudiziario ha raggiunto il punto più alto. Mentre invece l’ex presidente Felipe González, importante figura del Psoe, storicamente critico verso Sánchez, è andato più in là: ha chiesto direttamente elezioni generali “per quest’anno”. Una voce che pesa, perché viene dall’interno del mondo socialista.
Quello che la difesa a oltranza di Sánchez rivela, al fondo, è la natura profonda del legame tra i due: non è una semplice alleanza di convenienza né una pura amicizia. È una struttura di mutua dipendenza in cui la caduta dell’uno metterebbe in crisi la legittimità dell’altro. Sánchez non può permettersi che Zapatero risulti colpevole, perché Zapatero è parte della storia che giustifica il sanchismo. E Zapatero ha bisogno di Sánchez per avere ancora un ruolo politico nel paese.