Una fiaba crudele di prevaricazione e inganno, ambientata in uno scenario zuccheroso da cartone animato: la Cenerentola di Emma Dante, in scena al Teatro dell’Opera di Roma fino al 13 giugno, porta l’opera di Gioachino Rossini in una corte di pupazzi e marionette caricate a molla (le foto in pagina sono di Yasuko Kageyama, Teatro dell’Opera di Roma). La direzione dell’orchestra è la più adatta perché segue la bacchetta di Stefano Montanari, direttore barock, visti la sua grande esperienza nella musica barocca e il suo animo rock.

Gioachino Rossini scrisse l’opera nel 1817, in tre settimane: si ispirò alla fiaba di Charles Perrault, ma trasformò la matrigna in un patrigno borioso e scialacquatore, Don Magnifico, che spoglia la figliastra di tutti i suoi beni per esaudire i capricci delle figlie. Il teatro di Emma Dante è pieno di famiglie disfunzionali: anche la sua Cenerentola è una figliastra oppressa, relegata a fare la domestica in casa propria da un padre-padrone che non esita a menare le mani, oltre che a coprirla di insulti. In realtà, la poveretta si chiamerebbe Angelina, ma è stata privata pure del nome, oltre che del resto, e tutti la chiamano Cenerentola. Nel suo ruolo si alternano Vasilisa Berzhanskaya e Teresa Iervolino, con il grembiulino azzurro e i codini da manga giapponese.

Come vuole la fiaba, Cenerentola ne subisce di tutti i colori ma resta buona e cara ed è l’unica a mostrare un po’ di compassione per un mendicante che bussa alla porta (che in realtà è Alidoro, precettore del principe, mascherato). Lo cacciano in malo modo invece le sorellastre Tisbe e Clorinda (rispettivamente Sara Rocchi e Rafaela Albuquerque) troppo impegnate ad ancheggiare e ammiccare di fronte allo specchio: due poser perfette, manca solo che tirino fuori lo smartphone per farsi un selfie. Per compiacere i capricci delle sorellastre, Cenerentola si fa in quattro, anzi, in sei: la regista la rappresenta come un gruppo che si muove all’unisono, cinque ballerine vestite come lei, ma con una chiave sulla schiena, come quei vecchi giocattoli automatici da caricare a molla. Perché Cenerentola non è una persona con una sua identità, è una serva come ce ne sono tante, una marionetta pronta a scattare ai comandi delle sorellastre. Ci sono gli abiti da rammendare, le parrucche da sistemare, le calze, le scarpe: c’è attesa per il gran ballo in cui il principe Don Ramiro (a cui daranno la voce Maxim Mironov e Michele Angelini) sceglierà la sua sposa. Come nella favola classica, ma con una variante: il principe si è scambiato di ruolo con il suo servo Dandini (Filippo Fontana e Vito Priante) per poter meglio osservare e capire gli intrighi femminili.

Più che una storia d’amore, la Cenerentola di Rossini è una storia di inganni e d’apparenze: principi travestiti da servi, servi travestiti da re, baroni al verde che fingono di fare i signori, ragazzotte che giocano a fare le principesse ma, sotto tutto il belletto, i pizzi e le parrucche, sempre oche rimangono. Per non parlare del padre, lo squattrinato Don Magnifico (Carlo Lepore, in alternanza a Fabio Capitanucci): per risanare le dissestate finanze punta tutto su un matrimonio reale per le figliole, e s’adopera così tanto da sembrare lui stesso il terzo pretendente. Quel burlone di Rossini li mette tutti e tre a far la corte a un cameriere mentre il vero principe è rimasto folgorato – indovina un po’ – dalla buona Cenerentola.

Nella lettura di Emma Dante si avvertono chiaramente il conflitto di classe e quello di genere: le donne sono incatenate alla cucina, e i servi sono pupazzi tutti uguali, automi agli ordini dei padroni. Per contrasto, la scenografia di Carmine Maringola è una grande casa di bambole, dove tutto sembra un giocattolo, a partire dai costumi color puffo di Vanessa Sannino. La carrozza è presa in prestito dal film Disney, così come i soldatini in livrea color acquamarina, le guardie con le piume sul cappello. Spuntano poi cicisbei con le parrucche incipriate e damine en travesti, che al ballo fanno la riverenza e poi tirano fuori la pistola dalle candide gonne. Antica virtù sociale, l’ipocrisia, mai passata di moda. Quando Rossini scrisse l’opera aveva giusto in mente la società romana a lui contemporanea, lassista e decadente. Con l’aggiunta del lieto fine, anticipato nel sottotitolo “La bontà in trionfo”. Come in ogni fiaba che si rispetti, infatti, alla fine la spunta Cenerentola, che tutti perdona e tutti abbraccia, in odore di santità.

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