L’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi ha l’abitudine di dispensare consigli su come ci si comporta correttamente nelle istituzioni e di indicare le figuracce dei suoi successori. Non ha niente da insegnare, invece, né da ridire su come si comportava nelle istituzioni Luca Lotti, suo sottosegretario a Palazzo Chigi, oltre che storico braccio destro. Anzi, tutti gli amici della cerchia, in queste ore, si stanno affrettando a sostenerlo. Filippo Sensi, ex portavoce della presidenza del Consiglio e ora parlamentare, ci mette la mano sul fuoco: di Lotti – dice – conosce la passione, la competenza, il rigore, l’onestà. E’ un galantuomo, aggiunge l’onorevole Ernesto Magorno, ritwittato dall’account ufficiale del gruppo del Senato. Le accuse sono assurde, aggiunge. Lotti però non è “accusato”. Non è indagato. Però è venuto fuori dagli atti della Guardia di Finanza che Lotti partecipava ad appuntamenti dopo cena con tre, quattro, cinque consiglieri del Csm per decidere tra le altre cose chi doveva guidare la Procura di Roma, la stessa che ha chiesto per lui il processo per favoreggiamento (la storia di quando secondo i pm rivelò al capo di Consip che in ufficio c’erano le cimici).

Non è complicato capire che si tratta di un comportamento che di correttezza istituzionale e rigore non ha niente. Non solo viola le più basilari regole della separazione dei poteri, spina dorsale della Costituzione e cintura di sicurezza contro l’abuso di potere, l’arbitrio. Ma è un conflitto d’interessi grande almeno come Montelupo Fiorentino, il bel paese vicino ad Empoli in cui Lotti è nato e cresciuto. E’ un avvelenamento delle istituzioni che assomma l’utilizzo di un organismo costituzionale alla maniera di un teatrino dei burattini con l’intossicazione dettata da scopi personalissimi, aspetti che sembravano dover essere tramontati con gli atti forzosi di Silvio Berlusconi.

La speranza per tutta la giornata di ieri era che l’ex ministro “galantuomo” e “rigoroso” avesse pronta la risposta per spiegare tutto: vi sbagliate, è tutto falso, ecco qui. Invece ha impiegato tutta la giornata di ieri in silenzio per poi, in cinque righe date alle agenzie, non smentire nulla e minacciare querele a tempo debito: non ha chiarito se e perché partecipava a quelle riunioni nottetempo né ha voluto dire ai suoi elettori prima che all’opinione pubblica di cosa si discuteva. Si è limitato a dire che “non è reato venire a cena con me”.

Il punto che si tenta di far sfuggire ai lettori-cittadini è che in casi abnormi come questo non c’è bisogno di un reato (e nemmeno di una cena) per capire se un politico agisce in modo opportuno oppure no, a prescindere dal dress code deciso volta per volta da Renzi con il suo personalissimo mos maiorum, che vale per chi non gli sta bene e non vale per chi gli è vicino. Un regolamento che in un pezzo di Pd sembra durare ancora, visto il sostegno “a prescindere”, con la sufficiente garanzia dell’amicizia, che i colleghi deputati Sensi e Magorno hanno consegnato a Lotti.

Resta da decidere, poi, se ha fatto meglio o peggio l’altro deputato del Pd che partecipava a quelle uscite notturne con i compagnoni del Csm, Cosimo Maria Ferri, per 5 anni sottosegretario alla Giustizia pur rimanendo il leader di una delle correnti della magistratura, Magistratura Indipendente (incredibile a volte l’ironia involontaria dei nomi propri). Ferri, per non rispondere alle domande di Manolo Lanaro, è riuscito a non dire quasi nulla per 5 minuti, alternando lezioni di diritto costituzionale (per esempio com’è composto il Csm) e pezzi del suo curriculum (“Ho fatto il consigliere del Csm”) fino a farsi uscire dalla bocca delle frasi strampalate (“Uno di sera fa cosa vuole”). Poi all’improvviso ha condotto una ritirata precipitosa e parecchio comica, con tanto di frase a metà.

Nelle stesse ore l’analoga concezione del potere giudiziario come cameriere della politica ha portato il ministro dell’Interno Matteo Salvini a “schedare” i giudici che danno torto alle sue norme, accusandoli di decidere in un modo o in un altro sui migranti perché contrari alle sue politiche. Le prove sono raccolte qua e là sul web: la partecipazione a quel convegno, un articolo su una certa rivista. “Invito questo giudice a candidarsi alle prossime elezioni per cambiare le leggi che non condivide” aveva detto il capo del Viminale giorni fa, dando grande prova di non sapere niente dell’autonomia del potere giudiziario da quello esecutivo e legislativo o, peggio, di saperlo proprio.

Sembra perfetta l’ora di un partito d’opposizione, dunque, che ricordi a Salvini – e a tutti – il rispetto per la magistratura, per la sua autonomia, per la sua indipendenza, per il suo autogoverno sacro e inviolabile. Sembra perfetta l’ora del nuovo Pd di Nicola Zingaretti, il nuovo corso, la rottura con il passato, il cambio di passo, l’aria fresca, la fine della gestione un po’ mercantile del potere che sembrava finita con il disastro elettorale del 2018 e poi con la vittoria del segretario “diverso” del 2019, un evento che ha spinto i vecchi scissionisti (Bersani, Enrico Rossi) a rientrare a casa. Sembra perfetta questa ora.

Ma non è ancora tempo. Zingaretti ieri sulla questione del Csm ha dato due dichiarazioni alle agenzie ed è riuscito in entrambi i casi a non dire nulla. Tante parole, ma niente dentro. Come un pesce nell’acquario. Ha parlato della necessità di un’autoriforma della magistratura (e molte grazie), attentissimo a non parlare mai delle responsabilità della politica. Non ha mai fatto i nomi dei suoi due deputati. Non ha mai espresso l’ipotesi che magari possano essere coinvolti gli organismi del partito per capire se i loro comportamenti siano degni di rappresentare, di essere l’immagine di una forza politica che ha raccolto più di 6 milioni di voti e sta tentando una faticosa risalita per meritarsi di nuovo di governare il Paese. Non una parola di censura, un moto di durezza, un fremito di severità. Solo un auspicio – come se non dipendesse da lui, ma da un tiro a sorte – che “chi è coinvolto collabori per la verità”.

Ma come, il nuovo corso, la rottura con il passato, il cambio di passo? L’ex procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, ora eurodeputato del Pd, ci ha provato a scuotere un partito che appare tramortito: ha chiesto una risposta forte dal suo partito “silente”, una “condanna inequivocabile”. Solo così, ha detto, il Pd può “essere credibile nella sua proposta di rinnovamento e di difesa dello stato costituzionale di diritto dell’aggressione leghista”. Invece no, non è ancora il tempo di essere diversi (diversi dagli altri, diversi da quelli di prima). Non è ancora il tempo di essere credibili.