“Un provvedimento spot e segmentale, inserito in un decreto d’urgenza”. Ma soprattutto un provvedimento “anticostituzionale”. Parte dall’Università “Federico II” di Napoli la protesta contro il decreto sulla sanità calabrese già approvato dalla Camera e in attesa della ratifica del Senato. Un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al premier Giuseppe Conte, ai presidenti delle due Camere, ai capigruppo e al presidente del Crui (Rettori universitari italiani). Oltre cento, tra docenti universitari, direttori di Scuole di specializzazione e dipartimenti, sono pronti a presentare un ricorso alla Corte costituzionale. Intanto hanno firmato un documento contro il “Decreto Calabria” che, tra le altre cose, prevede l’utilizzo dei medici specializzandi per tamponare le carenze nelle Asl e negli ospedali.

Al comma 548bis dell’articolo 12, infatti, il testo della legge recita che “i medici e i medici veterinari specializzandi assunti sono inquadrati con qualifica dirigenziale e al loro trattamento economico si applicano le disposizioni del contratto collettivo nazionale di lavoro del personale della dirigenza medica e veterinaria del Servizio sanitario nazionale. Essi svolgono attività assistenziali coerenti con il livello di competenze e di autonomia raggiunto e correlato all’ordinamento didattico di corso, alle attività professionalizzanti nonché al programma formativo seguito e all’anno di corso di studi superato. Gli specializzandi, per la durata del rapporto di lavoro a tempo determinato, restano iscritti alla scuola di specializzazione universitaria”. A dispetto, invece, di chi ha dovuto superare un concorso, una volta conseguito il “relativo titolo di formazione medica specialistica” gli specializzandi assunti con il decreto Calabria “sono inquadrati a tempo indeterminato nell’ambito dei ruoli della dirigenza del Servizio sanitario nazionale”.

“I profili di incostituzionalità del decreto legge sono chiari”. La professoressa Maria Triassi, docente di Igiene generale e applicata alla “Federico II”, non ha dubbi e per questo il suo nome compare tra i primi firmatari del documento. “In gioco – aggiunge – ci sono la qualità dell’assistenza, i profili di responsabilità professionale e il rischio di uno scenario di profonda dequalificazione della formazione specialistica medica e di conseguenza delle strutture pubbliche sanitarie, che assumerebbero sempre di più i connotati dei Suburban hospital statunitensi, luoghi di cura ove avviene l’apprendistato più che la formazione dei giovani laureati”. Nel decreto, infatti, non c’è scritto chi dovrà controllare gli specializzandi e chi sarà responsabile del loro operato sui pazienti, ma si fa riferimento solo a futuri “specifici accordi tra regioni e università” che dovranno definire “le modalità di svolgimento delle attività formative teoriche e pratiche”.

“La formazione – chiarisce la docente Triassi – è un’altra cosa: richiede la allocazione in strutture altamente qualificate, con tutor particolarmente attrezzati sotto il profilo specialistico e stringenti verifiche di apprendimento”. In altre parole, se il provvedimento dovesse passare al Senato e diventare legge, gli specializzandi potrebbero avere gli stessi compiti (per quanto riguarda la cura dei pazienti) e lo stesso trattamento economico dei medici che hanno vinto un concorso e, cosa più importante, hanno i titoli e l’esperienza per gestire i singoli casi sanitari.

In sostanza gli oltre cento docenti che minacciano di ricorrere alla Corte costituzionale puntano il dito su quello che definiscono “il reclutamento” in Asl e ospedali di personale medico non ancora specializzato. Secondo i firmatari, infatti, c’è una “una irragionevole disparità di trattamento e una palese violazione del principio di uguaglianza tra i medici in formazione specialistica e i medici già in possesso del titolo di specializzazione”. Se questo è un tema “di categoria”, quello che interessa al cittadino è che “il conferimento di incarichi dirigenziali a medici non ancora in possesso della relativa specializzazione è idoneo a compromettere la qualità delle prestazioni sanitarie erogate e, dunque, è in grado di incidere sui livelli essenziali di assistenza che devono essere garantiti in maniera uniforme sul territorio”.

“Non siamo contrari – sottolinea sempre la professoressa Triassi – ad una riforma migliorativa delle Scuole di specializzazione e della Formazione medica post-laurea, ma tutto questo necessita di un provvedimento legislativo dedicato e concordato fra il ministero della Salute e il ministero dell’Università, nell’interesse dei futuri specialisti e dei pazienti. Non si tratta di una difesa corporativa ma di salvaguardare garanzie di qualità della formazione e dell’assistenza. Un argomento così sensibile non può essere liquidato con un articolo in un decreto d’urgenza per risolvere i problemi della Regione Calabria”.

La pensa allo stesso modo il professore Ludovico Docimo, ordinario di Chirurgia generale dell’Università Vanvitelli: “Il vero problema – dice – non è la carenza di medici ma quella di specialisti. Oggi in Italia mancano oltre 1300 specialisti in Chirurgia generale. Dell’Università Vanvitelli lo scorso anno hanno scelto questo percorso appena in 40 su oltre 6900 nuovi iscritti per cui questa scelta è avvenuta senza una vera vocazione ma per ripiego. Mandando questi ragazzi in ospedale prima che abbiano completato il loro percorso formativo il problema si aggraverà a tutto danno dei pazienti”.

A difendere il decreto del ministro Giulia Grillo ci pensa il sindacato “Anaao Assomed” che si schiera a favore della scelta di assumere gli specializzandi “prima a tempo determinato e poi a tempo indeterminato”. Facendo così, secondo il segretario Carlo Palermo, “si anticipa l’ingresso nel mondo del lavoro, con evidenti benefici sul turnover, sul ricambio generazionale del sistema e sul loro conto previdenziale”. Per il segretario dell’Anaao Assomed, “i baroni universitari alzano le barricate contro ogni tentativo di cambiare un sistema di formazione medica post-laurea del cui fallimento sono i principali responsabili e gli unici a non accorgersi. Gridano alla compromissione della qualità dell’assistenza, nell’ipocrisia del si fa ma non si dice che omette di rivelare che già oggi nei loro policlinici usano i medici in formazione per l’attività assistenziale, da soli, di giorno e di notte. È da irresponsabili tentare di affossare l’unica strada percorribile a fronte della babele in cui le autonomie regionali stanno precipitando la più grande infrastruttura sociale del Paese, con la pretesa di mantenere nel chiuso di pochi Policlinici universitari più di 30mila medici, e non studenti, laureati, abilitati e pagati dalla collettività”.

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