Il Caimano c’è ancora. Tutto il resto sta crollando. È una morte lenta, lentissima quella di Forza Italia. Un’implosione in cui le Europee rappresentano probabilmente il punto di non ritorno per il partito di Silvio Berlusconi. Mai il partito aveva raggiunto un risultato così basso a un’elezione importante. Nessuno si aspettava risultati esagerati, ma la soglia psicologica del dieci percento era data come probabile – se non certa – da quasi tutti i sondaggi. Così non è stato. E adesso nel partito azzurro è scoppiata ufficialmente la guerra per bande.  Berlusconi ha provato a correre ai ripari convocando il “comitato di presidenza” per giovedì prossimo a Villa Gernetto. “Avvieremo il percorso di rinnovamento condiviso per stendere un programma e stabilire una guida collettiva che sarà composta da persone di grande livello”, dice Berlusconi, consapevole di essere circondato dai suoi ex delfini. Che somigliano sempre più a squali famelici, pronti a spartirsi quel che resta del partito.  “Sono sempre stato in pista io, purtroppo “, ha allargato le braccia il neoparlamentare da Bruxelles. Da dove ha scomunicato Giovanni Toti: “Ha i suoi sentieri personali che a mio parere non porteranno da nessuna parte. Tutti coloro che sono usciti da Forza Italia si sono condannati all’invisibilità“. 

I sentieri personali del governatore della Liguria, però, da qualche parte portano. Dove lo dice lui stesso a La Stampa: “Forza Italia va superata. Lanceremo una costituente che possa riunire, in un’unica casa, chi è di Forza Italia e vorrà partecipare, e tutti quei movimenti o personalità che abbiamo perso per strada nell’ultimo anno mentre, da solo, gridavo al vento che così ci saremmo schiantati“. L’ex direttore del Tg4, tra l’altro, sembra rimanere sordo ai richiami dell’ex mentore e datore di lavoro: “Forse Berlusconi non si è accorto che è Forza Italia a marciare diritta verso l’invisibilità. Dimezzare i voti in un anno mi sembra un ottimo viatico in tal senso. Il cavaliere sbaglia a non ascoltarmi per l’ennesima volta e a preferire chi gli racconta una verità inesistente, ovvero l’autosufficienza della sua leadership a salvare Forza Italia. Purtroppo non sarà così”.

Le parole di Toti non sono impopolari dentro al partito. Danno voce, infatti, a maldipancia molto diffusi tra i berlusconiani. Anche i più fedeli. Per capire chi siano i raccontatori di “verità inesistenti” basta leggere le dichiarazioni di vari pezzi da Novanta del partito, veri o presunti. “In Forza Italia non è questione di organizzazione del partito, non è così che si vincono le grandi battaglie, servono idee, servono progetti. Serve un nuovo miracolo italiano, come quello degli anni ’60”, dice Antonio Tajani al Messaggero. Il presidente uscente del Parlamento europeo è uno di quelli che esce peggio dal voto di domenica scorsa. Berlusconi, infatti, si è candidato ovunque tranne che in Italia centrale per non fargli ombra e regalargli la riconferma a Bruxelles. Risultato? Nella circoscrizione di Tajani Forza Italia ha preso il 6,3%, superata da Fratelli d’Italia al 7%. Peggio è andata nella sola Regione Lazio, con il partito di Giorgia Meloni che ha staccato di due punti gli azzurri. Disastrosa la performance sul fronte delle preferenze: Tajani ha preso 70mila voti, Meloni quasi 140mila. 

Ma sul banco degli imputati non c’è solo il presidente uscente del Parlamento Ue. Mara Carfagna, per esempio, mette nel mirino Giorgio Mulè, reo di averle rinfacciato scarso impegno in campagna elettorale: “Probabilmente Mulè è stato troppo preso dal lavoro di staff per capire la differenza, enorme, che c’è tra questo e un organismo di partito. Non si mettono in dubbio le capacità dello staff del presidente Berlusconi, ma proprio perché di uno staff si tratta non può essere sostitutivo di un organismo di partito che dovrebbe prendere decisioni, assumendosene anche le responsabilità. Riguardo all’impegno politico Mulè, che della politica è un neofita, rispetti chi da anni lavora e porta risultati per Forza Italia e per il presidente Berlusconi. Dispiace che chi ha il delicato ruolo di rappresentare i gruppi parlamentari non abbia la serenità necessaria per farlo”. I continui richiami alla parola “staff” da parte di Carfagna non sono casuali.

Alcuni, infatti, non hanno condiviso il ruolo assegnato al senatore Alberto Barachini, presidente della Commissione di Vigilanza Rai e ancora portavoce del presidente. Una situazione di conflitto d’interessi, che però dalle parti di Forza Italia non fa notizia. Secondo Dagospia per volere di Marina e Piersilvio, Barachini non si è occupato solo della campagna elettorale ma anche dei social network, al costo di 17 milioni di euro: un affare. Incarico condiviso con un altra esponente del cerchio magico berlusconiano: la senatrice Licia Ronzulli, finita sotto accusa invece per alcune scelte infelici nella compilazione delle liste. La fuga della senatrice Cinzia Bonfrisco verso la Lega, per esempio, ha sottratto a Forza Italia 40mila voti nella circoscrizione Centro: sarebbero stati fondamentali per evitare il sorpasso di Fdi. Stessa cosa nel Nord Ovest, dove Silvia Sardone ha portato 45mila voti alla corte di Matteo Salvini

Ma la lista degli “scappati” rischia di allungarsi. In Puglia l’uscente Barbara Matera non è andata oltre gli 8mila voti. In Sicilia un’altra fedelissima di Arcore come Gabriella Giammanco, non è andata oltre i 18mila voti, finendo settima in lista da senatrice in carica. È arrivato terzo, invece, l’ex ministro Saverio Romano, che adesso rivendica spazio e affila le armi contro Gianfranco Micciché. “I miei 74 mila voti rappresentano 1/3 di quelli ottenuti dalla lista di Forza Italia, per me è un risultato politico. Ho accolto con favore la proposta di Berlusconi di entrare in lista per creare una forza popolare, tanti moderati non avrebbero votato Forza Italia, quella più ortodossa di Miccichè”, dice l’ex Udc. “In quella lista non ero un ospite – rivendica Romano – Tanti in Fi mi hanno votato, non facendo parte della corrente di Miccichè. Mi spiace molto di essere finito in contese che non mi aspettavo di dovere subire. Non ce n’era bisogno, troppo olio per questa candela”.

Un ragionamento simile a quello di Clemente Mastella in Campania. L’ex ministro di Romano Prodi ha candidato Molly Chiusolo, che è arrivata terza nel suo collegio con 19mila voti. “Un risultato – dice Mastella – che abbiamo conseguito nonostante dovessimo nuotare controcorrente. Chiedo che si riparta tenendo conto dei voti delle Europee. Alle prossime elezioni, non so quando, decido io, non accetto più spinte”, minaccia l’ex leader dell’Udeur, contrariato dalla “sarabanda del cerchio magico di Forza Italia. A parte che molti di quelli che gridano al cerchio magico ne hanno fatto parte”.

Insomma nonostane l’elezione a Bruxelles, per Berlusconi non si annunciano giorni facili. L’unica nota positiva è aver mantenuto il record di preferenze: Salvini, infatti, ha preso 2,3 milioni di voti personali. Nel 1994 l’allora presidente del consiglio arrivò a 2,9 milioni. A questo giro, invece, ne sono stati poco più di cinquecentomila in quattro circoscrizioni. Un altro problema: Berlusconi, infatti, dovrà scegliere da quale dei quattro seggi vinti volerà all’Europarlamento. Una decisione che rischia di scatenare le ire degli esclusi.

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