Il giornalista di Repubblica Vittorio Zucconi, ex direttore di repubblica.it e fino all’anno scorso di Radio Capital, è morto a Washington dopo una lunga malattia. Ne ha dato notizia il sito del suo giornale. Era nato 74 anni fa a Bastiglia, in provincia di Modena ed era figlio di Gugliemo Zucconi, firma della Domenica del corriere e del Giorno e deputato della Dc. Aveva iniziato a scrivere giovanissimo e al liceo Parini era una delle firme de ‘La Zanzara’ insieme a Walter Togabi. Aveva lavorato alla Stampa, per cui era stato corrispondente da Bruxelles e da Washington, e al Corriere della Sera, che lo inviò a Mosca durante la Guerra Fredda. Dal 1985 viveva negli Stati Uniti dove ha ricoperto per 30 anni l’incarico di editorialista per Repubblica.

Nel 1989 fu protagonista di un caso diplomatico sull’asse Mosca-Washington, da lui stesso raccontato nel libro Parola di giornalista: riprese un servizio “divertente e velenoso della Washington Post sulle colossali bevute e le spese consumistiche di Boris Eltsin“, aggiungendo qualche dettaglio raccontato da “un cronista americano e un amico russo che frequenta l’università dove Eltsin aveva dato spettacolo di sé”. Ne venne fuori “un ritratto sarcastico e brutale dei primi giorni trascorsi da Eltsin sul territorio americano, nella sua prima visita in Usa”. L’attacco era: “La notte americana della perestrojka sa di bourbon, di dollari e di riflettori…” e Zucconi raccontava “di spese pazze, di interviste e soprattutto di Jack Daniels etichetta nera, il leggendario whiskey del Kentucky…”. Non solo: “Il populista che a Mosca faceva il radicale di sinistra, aveva poi preteso in America di essere scarrozzato in Cadillac nera, come i presidenti, i capi di Stato e i boss di regime in visita ufficiale”.

L’articolo fu ripreso dalla Pravda e il giornalista fu oggetto di aspre critiche e addirittura, come racconta lui stesso, minacce di morte: “Migliaia di moscoviti che non conoscevo e che non mi conoscevano, mi stavano linciando in effigie per le vie della capitale sovietica”. Del resto “gli elettori, gli adoratori dell’onorevole, si erano svegliati e avevano trovato sulla prima pagina del più importante quotidiano sovietico, lo sferzante articolo di uno sconosciuto reporter italiano che “sputtanava” il loro idolo. Mi sarei impiccato anch’io, se fossi stato russo”. La Pravda in seguito si scusò con Eltsin e Repubblica espresse “rammarico” la “strumentalizzazione, a noi del tutto estranea”, da cui “Boris Eltsin ha ricevuto un ingiusto danno politico”.