Vado a dibattere con un noto accademico dei temi alla moda, populismo e sovranismo. Ognuno di noi ha scritto di recente il proprio saggetto su uno dei due argomenti e – come previsto dagli organizzatori dello “storico evento”(!?) – la sintonia tra relatori è a dir poco inesistente.

Intanto le urgenze urticanti dell’attualità elettorale incombono e i capelli grigi presenti in sala rumoreggiano al grido di “Salvini fascista”. Sicché il mio contraddittore inarca l’esoscheletro politicamente corretto lanciandosi in una severa reprimenda di quel pubblico poco sensibile al bon ton, cui impartisce la propria didattica indispettita: “Leggete meglio la Costituzione: ripetere slogan che ammiccano al Ventennio non è reato e neppure proporre scelte di un mussolinianesimo vintage… Solo la ricostruzione del partito fascista è vietata dalla norma costituzionale… La professoressa che lascia passare impunemente ai propri allievi paralleli tra il Duce e il Capitano leghista merita severe reprimende”. E poi la botta finale, da grande esperto dei misteri della politica: “Alzando i toni polemici ci inibiamo la possibilità di portare via qualche voto alla Lega“. Niente-popò-di-meno!

Già di per me infastidito dal coro delle anime belle che da un po’ di tempo pontificano sulle esegesi del fenomeno fascista e sull’assoluta improponibilità del suo accostamento agli attuali rigurgiti destrorsi, riascoltando i distinguo “sinistra buonista mainstream”, esprimo immediata solidarietà alle vittime bacchettate dalle vestali serie e pensose della compostezza nel dibattito pubblico. Parteggiando per quella che suona alle mie orecchie come una sana ribalderia, che “fa sangue” nel coro anemico dei benpensanti. Il cui calcolo (“parliamo sottovoce così guadagniamo qualche voto”) è l’ennesimo abbaglio di quell’immenso equivoco chiamato “Terza via”, che ha reso impotente fino all’estinzione la Sinistra “responsabile”. Intervengo facendo riferimento a un epigono di Tony Blair altrettanto velenosetto, chiamato Walter Veltroni; quello che in campagna elettorale (contro Berlusconi) imponeva il galateo suicida di non polemizzare con l’avversario astenendosi perfino dal nominarlo. Dopo di che Berlusconi, ben lieto dell’insperato regalo, lo massacrò con una campagna di insulti e irrisioni.

Ovvio che il mio sagace interlocutore, dall’alto della sua scienza politologica, non abbia gradito la qualifica “veltroniana” (così come la mia polemica nei confronti di una sovranità popolare quale ennesima escogitazione di una democrazia dei moderni che nasconde il proprio cuore di tenebra oligarchico e tiene a bada il pluralismo riassorbendolo nei riti della rappresentanza. Come insegnava il più grande politologo italiano: Alessandro Pizzorno). Resta il fatto che l’abbaglio di inseguire voti irraggiungibili quali quelli di chi propugna legge e ordine e mano dura del solito uomo del destino, impedisce di vedere l’immensa prateria rappresentata dal non voto; dai cittadini saliti sull’Aventino perché disgustati di politiche gattemorte o ponziopilatesche.

Circa la metà del corpo elettorale in larga parte recuperabile solo da atteggiamenti rigorosi e intransigenti. Al limite con qualche sfumatura di ribalderia. Per cui, se il salvinismo rigurgita umori intollerabili, se l’oscurantismo imperante (anche perché poco o punto contrastato) sdogana la peggio canaglieria nascosta nelle viscere di un Paese che rifiuta il disturbo della civiltà democratica e risponde inneggiando ai picchiatori, allora va benissimo anche la retorica generosa dell’antifascismo resistenziale. Pur sapendo che a fare la Resistenza fu un’esigua minoranza e il Fascismo in quanto dottrina non esiste (solo un pot-pourri di lasciti altrui, dal corporativismo del cattolico Giuseppe Toniolo al sapere giuridico del nazionalista Alfredo Rocco, cucinati nella teatralità di un ex massimalista passato al soldo degli agrari. Che forse oggi sarebbe stato “comunista padano” con il giovane Salvini). Ciò che chiamiamo Fascismo è solo (ottusa) prepotenza elevata a norma.

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