Questa è la storia di un vasetto di vetro che contiene un pestato di cime di rapa e broccoletti fatto in Puglia. È biologico, naturale, etico. Messa così sembra il payoff di una pubblicità, ma non è questo il punto. Dentro questo vasetto ci sono soprattutto le storie di Yusuf, Mounir, Paap, Hussein, Ibrahim, Matthew, Guebre, Abdoulaye e Mamadou. Nove lavoratori arrivati in Puglia da Ghana, Togo, Burkina Faso e Senegal, alcuni dei quali vivevano a Borgo Tre Titoli, ghetto vicino a Cerignola, in provincia di Foggia, dove non avevano accesso all’acqua e all’elettricità. E dove lavoravano come braccianti sotto i caporali, sfruttati e senza tutele di alcun tipo. Poco più di un anno fa sono entrati a far parte del progetto “In Campo! Senza caporale” dell’associazione Terra!: dieci mesi di formazione e tirocinio in agricoltura, una formazione professionalizzante in cinque aziende biologiche, una casa, un corso di italiano e un percorso di integrazione e conoscenza dei propri diritti.

Ad oggi, oltre alla produzione del pesto, i nove lavoratori hanno acquisito tutte le competenze di un bracciante agricolo o anche di più, e sono a tutti gli effetti operai specializzati nel settore primario. Una storia a lieto fine, se non si considera la difficoltà che un futuro in questo settore possa essere garantito a tutti i partecipanti e ai tanti braccianti agricoli che si trovano in condizioni di vulnerabilità e a fatica riescono ad uscire dallo sfruttamento. Scarsa conoscenza della lingua, difficoltà di ottenere il permesso di soggiorno e vita emarginata nei ghetti sono tra i principali fattori di un sistema che ogni giorno incatena migliaia di persone nelle nostre campagne. “Le falle nel sistema di accoglienza, allargate dal nuovo decreto Sicurezza, relegano gli stranieri alla marginalità, in condizioni da cui è quasi impossibile affrancarsi – scrive l’associazione – Con il progetto In campo abbiamo voluto tracciare una strada diversa, che permetta ai giovani braccianti di valorizzare le proprie risorse per favorirne l’autonomia, il senso di responsabilità e di appartenenza”.

“Il caporalato – afferma ancora Fabio Ciconte, direttore dell’associazione Terra! – non sarà sconfitto fino a quando non troveremo il modo, istituzioni e società civile, di lavorare su scala nazionale a modelli di produzione e distribuzione capaci di garantire il rispetto dei diritti umani e sociali a tutti i livelli della catena produttiva”.

Possiamo fare “assay” anche noi, assaggiando il pestato e condividendo la sua storia, a partire dalla scelta del nome del prodotto: un errore di scrittura in chat di Guebre, che durante il periodo di formazione e tirocinio era solito comunicare ai colleghi: “ho lavorato assay”, “fa caldo assay”, “sono stanco assay” creando un vero e proprio tormentone.

Per supportare i ragazzi e avere maggiori informazioni, basta consultare il sito dell’associazione Terra!.

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