Per poter spezzare il giogo del globalismo liberista, bisogna anzitutto decostruire l’egemonia del pensiero unico santificante il nesso di forza realmente dato. In particolare, occorre destrutturare l’architettura ideologica della Sinistra fucsia del Costume, che legittima superstrutturalmente la struttura del dominio della Destra finanziaria del Danaro. L’inganno ideologico delle destre nazionaliste – se ancora si vuole impiegare, a fini euristici, l’obsoleta dicotomia di destra e sinistra – sta nel presentare il sovranismo autoritario e non democratico come se fosse la reale opposizione al cosmopolitismo capitalistico, del quale invece è l’altra faccia (rectius, il compimento).

L’impostura delle sinistre fucsia e arcobaleno sta, invece, nel contrabbandare per internazionalismo socialista quello che, a rigore, è il cosmopolitismo liberista, ossia il campo del conflitto favorevole al Signore competitivista. Con un atteggiamento che sempre oscilla tra l’incomprensione del rapporto di forza e la sua attiva legittimazione, le sinistre fucsia surrettiziamente credono – e in ciò sta il cuore del loro errare – che “il contrasto del cosmopolitismo implichi un ripudio dell’internazionalismo” (Alessandro Somma, Sovranismi): là dove è l’internazionalismo socialista a implicare un fermo rigetto tanto del nazionalismo imperialista, quanto del cosmopolitismo liberista.

Fu, peraltro, il Trattato di Maastricht del 1992 a certificare l’ormai avvenuta conversione dei comunisti italiani al neoliberalismo cosmopolita. In quell’occasione, venne scolpendosi la definitiva forma mentis integralmente cosmopolitica delle sinistre market-friendly, ora convinte che ogni opposizione al mondialismo no border fosse non già la possibile difesa delle classi dominate contro l’offensiva del mercato unificato senza frontiere, ma la via della chiusura identitaria e regressiva, necessariamente da abbinarsi al quadrante destro della politica. Per poter mantenere in vita questa narrazione ad alto tasso ideologico, le sinistre passate alla piena difesa del loro nemico storico debbono mantenere in vita l’antifascismo liturgico in assenza di fascismo.

Impiegato a mo’ di alibi permanente per evitare la via dell’anticapitalismo in presenza di capitalismo, l’antifascismo “archeologico” – come lo qualificava Pier Paolo Pasolini – permette alle sinistre di presentare all’opinione pubblica il cosmopolitismo liberista come percorso emancipativo rispetto all’eterno fascismo. Prova ne è, oltretutto, che a differenza dell’eroico antifascismo di Antonio Gramsci, che era patriottico, comunista e in presenza reale di fascismo, l’antifascismo fumettistico delle odierne sinistre è cosmopolita, liberista e in completa assenza di fascismo.

Quest’ultimo è, di fatto, illusoriamente identificato dall’ordine del discorso con ogni progetto di risovranizzazione dell’economia e, dunque, con ogni possibile contestazione del turbocapitalismo vincente, perfino con quell’internazionalismo socialista che – apice del “totalitarismo”, secondo la neolingua dei mercati – ha per propria condizione necessaria il rapporto inter nationes e, dunque, la sussistenza degli Stati sovrani nazionali.

Il paradosso è lampante: per combattere le derive nazionaliste a tinte nere, le sinistre odierne appoggiano appieno l’autoritarismo verticistico del cosmopolitismo liberista, che del nazionalismo capitalistico è semplicemente l’evoluzione. L’“incapacità della sinistra di combinare le sue istanze con il moto verso la riscoperta del contesto nazionale” (ibidem) è un ulteriore argomento circa la necessità di abbandonare la sinistra per tornare a Gramsci e, con lui, a tutto ciò che essa ha irresponsabilmente tradito nel proprio transito al ruolo di baluardo ideologico del polo dominante e del globalismo come teatro del massacro di classe.

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