E sono tre! Dopo la sentenza nel processo intentato dal signor Dewayne Johnson, il giardiniere ammalatosi di un linfoma non-Hodgkin anche a causa dell’esposizione al RoundUp; dopo quella nella causa incardinata dal signor Andrew Hardeman, agricoltore californiano, anch’egli colpito dallo stesso terribile male; è arrivato qualche giorno fa il terzo provvedimento contro Monsanto in Bayer: quello nel procedimento in cui erano ricorrenti i signori Alva e Alberta Pilliod, affetti da un cancro. Sentenze di condanna, ovviamente.

In tutti e tre questi giudizi, le Corti, sulla scorta di “evidenze preponderanti”, hanno sancito che l’esposizione al glifosato – contenuto nel celeberrimo RoundUp, prodotto ammiraglio della fu multinazionale di Saint Louis – cui sono state sottoposte per anni queste persone, è stato “un fattore sostanziale nella causazione” delle rispettive patologie tumorali che hanno rovinato la loro salute e, con grande probabilità, abbreviato il corso delle loro vite. E, se nei primi due casi, la nota “multinazionale che ci voleva bene” se l’era cavata, per così dire, con risarcimenti rispettivamente di 78 e 80 milioni di dollari, stavolta la botta decretata dalla giuria di Oakland è da oltre 2 miliardi di dollari.

Ma l’aria, per la creatura industriale frutto dell’atto d’amore tra Monsanto e Bayer, inizia a farsi poco salubre anche nei tribunali del Vecchio continente. Poco più di un mese fa, la Corte d’appello di Lione l’ha condannata a risarcire i danni derivanti da malattia neurologica subiti dal signor Paul Francois, un agricoltore che aveva inalato il diserbante “Lasso”, naturalmente tossico.
Qualche mese fa, sempre a Lione, un Tribunale amministrativo aveva annullato l’autorizzazione alla messa in commercio del RoundUp Pro 360, il già citato fiore all’occhiello della Monsanto. Secondo i giudici francesi, l’Anses – l’Agenzia nazionale di sicurezza sanitaria e dell’alimentazione, dell’ambiente e del lavoro – ha commesso “un errore di apprezzamento con riferimento al principio di precauzione”, autorizzando la messa in commercio di questo prodotto a marzo del 2017.

Ecco, il principio di precauzione! Quello sancito nella legge fondamentale della sicurezza alimentare dell’Unione europea, il Regolamento n. 178/2002, che all’art. 7 statuisce: “Qualora, in circostanze specifiche a seguito di una valutazione delle informazioni disponibili, venga individuata la possibilità di effetti dannosi per la salute ma permanga una situazione d’incertezza sul piano scientifico, possono essere adottate le misure provvisorie di gestione del rischio necessarie per garantire il livello elevato di tutela della salute che la Comunità persegue, in attesa di ulteriori informazioni scientifiche per una valutazione più esauriente del rischio”.

Principio che, peraltro, governa il più complessivo ambito della tutela ambientale in ambito unionale in forza di un’altra norma, ancor più cogente perché contenuta nel Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, al cui art. 191 si dispone che “la politica dell’Unione in materia ambientale mira a un elevato livello di tutela, tenendo conto della diversità delle situazioni nelle varie regioni dell’Unione. Essa è fondata sui principi della precauzione e dell’azione preventiva, sul principio della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati all’ambiente, nonché sul principio ‘chi inquina paga’”.

Alla fine dello scorso mese di febbraio, è stato pubblicato un altro studio in materia di effetti sulla salute del glifosato. Si tratta di una meta-analisi dell’Università di Washington, ossia una ricerca particolarmente rilevante perché “fornisce l’analisi più aggiornata delle correlazioni tra glifosato e il linfoma non-Hodgkin, includendo uno studio del 2018 su oltre 54mila persone che nelle loro attività lavorative utilizzano pesticidi autorizzati”, come ha spiegato Rachel Shaffer, co-autrice della ricerca. L’esito del lavoro scientifico in questione è difficilmente equivocabile: “Complessivamente, in accordo con le evidenze che vengono dagli studi sperimentali sugli animali e da quelli meccanicistici, la nostra attuale meta-analisi degli studi epidemiologici umani suggerisce un legame convincente tra esposizioni al Gbg [glifosato, ndr] e aumento del rischio di Nhl (linfoma non Hodgkin)”.

Qualche mese fa, è stato reso noto un rapporto commissionato da eurodeputati di Verdi, S&D e Gue in ordine alla procedura di rinnovo dell’autorizzazione all’uso del glifosato conclusasi a fine 2017 con la nota decisione dell’Unione europea di rinnovo quinquennale. Secondo il rapporto, l’agenzia federale tedesca Bfr, che ha effettuato la valutazione del rischio, avrebbe fatto copia-incolla di oltre il 50% degli studi che i produttori, tra cui l’ovvia Monsanto, avevano presentato a sostegno della domanda di rinnovo della licenza. In pratica, il controllato ha scritto più della metà del parere rilasciato dal controllore. Parere che alla fine è stato favorevole. Chi l’avrebbe mai detto!

Due innocenti domande finali:
1. quanto è compatibile quell’autorizzazione con quell’elevato livello di tutela che, come visto, l’Ue dovrebbe avere come suo obiettivo “costituzionale”?
2. quante e quali altre “informazioni disponibili” bisognerà ancora accumulare prima che scattino le misure di tutela previste dall’art. 7 del Regolamento sulla sicurezza alimentare? Insomma, quand’è che si potrà applicare finalmente il principio di precauzione al glifosato?

Sono quesiti semplici, tanto che se li pone, a quanto pare, un numero sempre crescente di cittadini italiani ed europei. Forse è proprio per quella semplicità che rende inspiegabile – intollerabile, più che altro – il fatto che quelle domande continuino a restare senza risposte di senso compiuto che domenica 19 molti di quei cittadini marceranno, in vari luoghi, contro i pesticidi e contro il glifosato in particolare. Magari le domande in marcia avranno qualche chance di risposta in più.

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