We look forward to exposing how Monsanto hid the risk of cancer and polluted the science
The jury further found that Monsanto ‘acted with malice or oppression
(Michael Miller, difensore del ricorrente Dewayne Johnson’s)

A quanto pare, l’avvocato Michael Miller aveva ottime ragioni a non veder l’ora di svergognare Monsanto289 milioni di risarcimento danni, di cui 250 a titolo di “danni punitivi”: questo il verdetto della giuria del Tribunale di San Francisco che ha condannato la nota “multinazionale che ci voleva bene”, come la definì in suo celeberrimo libro la scrittrice francese Marie Monique Robin, a pagare quella somma a favore di Dewayne Johnson, il giardiniere di una scuola di una cittadina vicino San Francisco. L’uomo si è ammalato di un linfoma non-Hodgkin anche a causa (ora si può dire, fino all’eventuale riforma in appello di questa sentenza) dell’esposizione al Roundup, l’erbicida a base di glifosato che egli utilizzava regolarmente per diserbare il parco della sua scuola.

E’ un precedente storico, ma soprattutto è un seme da cui potrebbe germinare una massa di provvedimenti analoghi, dato che oggi, negli Usa, pendono all’incirca 4000 ricorsi avviati da altre persone malate.

La sentenza in questione è di natura sostanzialmente civile, anche se l’istituto del “risarcimento punitivo”, tipico dell’ordinamento statunitense, fa assumere a questi verdetti una valenza anche sanzionatoria (seppure con pene sempre e solo di natura pecuniaria). Ma non è affatto detto che queste vicende debbano restare appannaggio della giustizia a stelle e strisce.

Le Sezioni Unite della Cassazione italiana appena un anno fa hanno sancito un’epocale apertura al sistema dei danni punitivi anche nel nostro ordinamento. Ma soprattutto, indipendentemente dagli aspetti comparatistici, l’elemento più significativo è di sostanza: se in una Corte di un Paese come gli Usa si è giunti ad affermare il nesso causale (quantomeno nel senso della concausa) tra l’esposizione al glifosato e l’insorgenza di una patologia tumorale, e la conseguente responsabilità di un soggetto, seppur societario e con le peculiarità su accennate, non ci sono particolari ragioni perché queste acquisizioni scientifico-processuali debbano esser destinate a rimanere confinate nel recinto statunitense.

In Italia, una vicenda come quella di Dewayne Johnson non avrebbe potuto non avere una qualificante ricaduta anche di natura penale, e le regole di accertamento della responsabilità penale sono più rigorose di quelle relative alla responsabilità civile. Ma una strada è stata, per il momento, aperta. Dove possa portare non è prevedibile; questa, però, non è una buona ragione per cui nessuno, da questa parte dell’Atlantico, debba pensare di batterla.

In ogni caso, oggi, grazie alla tenacia di questo malato terminale e al suo collegio difensivo, abbiamo ulteriori conferme a qualcosa che già, per così dire, si era potuto intuire: Monsanto ha ripetutamente ignorato gli allarmi degli scienziati seri (quelli non a suo libro paga, nda) e ha “prestato ascolto” solo a quelli che assolvevano, comunque, il glifosato.

Ma ha fatto anche di peggio: si è scritta, con la collaborazione di prestanome bizzarramente qualificati come scienziati, “studi” ad hoc che “provassero” l’innocuità dei suoi prodotti, a partire dal tristemente famoso Roundup Ready. Ha “combattuto la scienza”, come ha detto l’avv. Miller. Dove, per scienza devono ovviamente intendersi i ricercatori indipendenti.

Questo è emerso da e-mail interne alla dirigenza Monsanto citate dai difensori dei ricorrenti ed evidentemente ritenute attendibili anche dalla giuria.

D’altronde, non è una novità una condotta di questo tipo ai vertici di una grande industria imputata di aver realizzato procedimenti produttivi e prodotti poi rivelatisi non propriamente benefici, per così dire, nei confronti di lavoratori e utenti; a tacer dell’ambiente. Per citarne solo una, è notissimo il “patto di segretezza” con cui le multinazionali della chimica, nel 1972, si impegnavano tra loro per occultare le scoperte sulla cancerogenicità di Cvm e Pvc; accordo scoperto grazie all’allora pm Casson nel processo di Venezia al petrolchimico di Marghera.

A questo punto, qualche domanda semplice semplice:

1) l’affaire dei Monsanto Papers, appena qualche mese fa, aveva già ingenerato dei “dubbi”; questa sentenza non può che alimentarli: quanto c’è di quella “scienza inquinata” e di quel “dolo” (malice) con cui Monsanto gestiva queste pratiche, a partire dai loro risvolti scientifici, a base della recente decisione della Commissione Europea, in concorso con il suo braccio scientifico di nome Efsa, di rinnovare per altri cinque anni l’autorizzazione all’uso nei Paesi Ue del glifosato, nonostante la classificazione Iarc di quest’ultimo come probabile cancerogeno?

2) se, come ha rivendicato Monsanto per autoassolversi, l’uso del glifosato è autorizzato in 130 paesi su più di 100 colture diverse, quanto ne ha “mangiato” finora ognuno di noi?

3) e se “i dubbi” di cancerogenicità di questa sostanza crescono e si moltiplicano, a che rischio ci siamo esposti o ci esponiamo ancora in maniera inconsapevole?