Notizie in ordine sparso sulla tutela dell’ambiente e della salute pubblica. Dall’Europa.

1. In Francia, un Tribunale amministrativo – quello di Lione – a seguito di un ricorso presentato dal Comitato per la ricerca indipendente e informazione sull’ingegneria genetica, annulla l’autorizzazione alla messa in commercio del RoundUp Pro 360 della Monsanto, uno dei più noti diserbanti contenenti glifosato. Secondo i giudici francesi, l’Anses – l’Agenzia nazionale di sicurezza sanitaria e dell’alimentazione, dell’ambiente e del lavoro – ha commesso “un errore di apprezzamento con riferimento al principio di precauzione”, autorizzando la messa in commercio di questa variante del RoundUp a marzo del 2017.

2. Qualche giorno fa viene reso noto un rapporto commissionato da eurodeputati di Verdi, S&D e Gue in ordine alla procedura di rinnovo dell’autorizzazione all’uso del glifosato conclusasi poco più di un anno fa con la nota decisione dell’Unione europea di rinnovo quinquennale. Secondo il rapporto, l’agenzia federale tedesca per la valutazione dei rischi, la Bfr – che ha effettuato la valutazione del rischio – avrebbe seguito peculiari protocolli scientifici nella stesura della propria relazione. Tipo il copia-incolla di oltre il 50% degli studi che i produttori, tra cui la Monsanto, avevano presentato a sostegno della domanda di rinnovo della licenza. In pratica, il controllato ha scritto più della metà del parere rilasciato dal controllore. Parere che, curiosamente, alla fine è stato favorevole.

3. Ancora più di recente, il 16 gennaio, il Parlamento europeo approva a maggioranza discretamente schiacciante (526 sì, 66 no e 72 astensioni) le raccomandazioni della Commissione “Pest”, istituita dalla stessa assemblea per esaminare la procedura di autorizzazione dell’Ue per i pesticidi nel febbraio 2018, in seguito proprio alla vicenda del rinnovo dell’autorizzazione al glifosato di due mesi prima. Tra le più significative proposte contenute nella relazione della Commissione si segnalano:

a. la pubblicazione degli studi utilizzati nella procedura di autorizzazione di un pesticida, comprese tutte le informazioni a sostegno dell’autorizzazione. Nel corso della procedura, i richiedenti dovrebbero essere tenuti a registrare tutti gli studi regolamentari eseguiti in un registro pubblico e consentire un “periodo per le osservazioni”;
b. una più serrata (per non dire seria) vigilanza post-commercializzazione che monitori costantemente gli effetti dell’uso dei prodotti chimici, pesticidi in primo luogo, sull’ambiente e sulla salute pubblica.

In Italia l’aria che tira è assai diversa, neanche a dirlo: 213 persone, variamente qualificate sotto il profilo professionale e scientifico, scrivono un appello nel quale chiedono al Parlamento di “modificare profondamente nell’impianto e nei contenuti” il disegno di legge sull’agricoltura biologica, che dovrebbe iniziare il suo iter in Commissione agricoltura al Senato a breve. I firmatari dell’epocale documento hanno, infatti, individuato il vero pericolo pubblico per l’ambiente e la salute in ambito agricolo: il rame. E, di conseguenza, il suo vettore più subdolo e dilagante: il biologico, per l’appunto.

Per citare giusto fior da fiore dal testo: “è qui necessario chiarire ai cittadini che chi coltiva biologico usa ‘pesticidi’, più o meno tossici a seconda del bersaglio, esattamente come fa l’agricoltura integrata, che peraltro usa anch’essa il rame, anche se in quantitativi sensibilmente inferiori, disponendo di molte valide alternative [dovessero, queste ultime, avere qualcosa a che fare con il glifosato? Ndr]. In sostanza, ‘bio’ non è affatto ‘migliore’ né tantomeno avulso da chimica come il copione imposto dal marketing sembra imporre”. Tutto ciò nello stesso testo (di dieci pagine) in cui non è dato rinvenire una sola volta la parola “glifosato”.

Ora, a tacer d’altro in questa sede, un implacabile atto d’accusa di tal guisa contro il letale rame – e per effetto contro il biologico tout court – costituisce al contrario, in maniera neanche tanto dissimulata, una limpida scelta di campo per il modello di agricoltura cosiddetta “convenzionale”; e garantisce, perciò stesso, una vita ancora lunga, florida e diffusa alle note “valide alternative”: sostanze che si assumono chiaramente innocue, o almeno più innocue. Come il glifosato e i suoi figli, appunto.

Appena qualche mese fa, si leggevano sui media queste parole: “il modello della rivoluzione verde, iniziata dopo la seconda guerra mondiale, è esaurito”, anche e soprattutto per “l’enorme costo ambientale” che ha comportato. Furono pronunciate dal rappresentante della Fao, a Roma, nell’intervento di apertura del secondo Simposio internazionale di agroecologia. Della Fao, non di un’associazione di agricoltori biologici o di un gruppo di ambientalisti esagitati e retrivi. Il punto è che, a volte, non c’è niente di più retrivo del fondamentalismo “modernista”.