Una celebrazione ma non un’apologia di Elton John. “Perché per quanto straordinario possa essere, Elton resta un essere umano, e quindi imperfetto. E tutte le sue imperfezioni, come i suoi pregi, fanno parte del film”. Così Taron Egerton, visibilmente commosso, descrive il personaggio/persona Elton John che ha avuto “il piacere, l’onore e la responsabilità di interpretare” nel biopic Rocketman, fuori concorso a Cannes e nelle sale italiane dal 29 maggio. La scia è quella tracciata da Bohemian Rhapsody ma chiaramente regista e protagonista escludono subito confronti col film su Freddie Mercury “è una trappola!” scherza il regista Dexter Fletcher provocato su una possibile corsa agli Oscar del suo film. “Non iniziamo, lasciateci godere il momento”. “Rami Malek ha fatto qualcosa di straordinario, da parte mia sono già felice di essere dove sono ora” commenta Egerton, reso popolare dal franchise Kingsmen.

Per quanto sia facile accostare la fenomenologia dei biopic sulle due popstar britanniche – che peraltro ben si conoscevano – realizzate in tempi così vicini e su territori limitrofi, va detto che Rocketman e il lavoro di Brian Synger abbiano ben poco in comune. Il lungometraggio dedicato a Elton John è un vero e proprio musical costellato dalle canzoni dell’artista quali parti integranti della narrazione. “Elton ha contribuito in maniera esemplare al film, e non solo producendolo” spiega Egerton. “Abbiamo inserito i testi del suo amico fraterno Bernie come descrizioni delle fasi della vita di Elton, come suggestioni emozionali e infatti non sono neppure in ordine cronologico”.

L’attore gallese, che ha fornito una performance esemplare, ha cantato personalmente i brani e si è preparato a indossare gli ingombranti panni della star “trascorrendo parecchio tempo con lui. Mi ha detto tutto di sé, ma io non posso certo rivelarvelo.. posso però dirvi che alla fine del film era felice”. Opera pop nel senso più esplosivo del termine, Rocketman è un biopic costruito dentro la classica cornice, in questo caso rappresentata dal protagonista che entra nel rehab definendosi “drogato, alcolista, sessuomane, shopaholic, bulimico etc..”. E si capisce subito che quell’uomo bigger than life non ha intenzione di passare inosservato neppure nel cerchio dei compagni-pazienti: vi entra infatti come un dio pagano, un demone rosso fuoco dalle ali maestose, una maschera totale sotto la quale celare un’infinità di fragilità e insicurezze. In quell’incipit si concentra tutto il senso di Rocketman: la parabola di un uomo che passa dall’ascesa sull’olimpo grazie a un talento smisurato alla caduta verticale a causa di mancanza d’amore da parte di due genitori glaciali ed egoisti. Il ritorno in cima alla vita e al mondo passa dunque attraverso il rehab profondo, il perdono verso chi lo ha trascurato (“quando mi abbracci papà?”) o lo ha amato non abbastanza ma soprattutto il perdono verso se stesso, perennemente incapace di accettarsi come gay e percependosi come freak. In tal senso Rocketmanè anche un film sulla ricerca ed accettazione d’identità, a suo modo il Bildungsromandi un proletario inglese che si rifiutò “di vivere in black and white”.

Dal punto di vista del look, Rocketman è gioiello che brilla di ogni sfumatura cromatica, di peripezie scenografiche, di costumi incredibili(certamente copiati dagli originali della star) di numeri musicali e coreografici ben confezionati su un personaggio smisurato in ogni sua emanazione.