Sono serviti tre anni di battaglie legali a Rachel Thompson per convincere la Apple a sbloccare l’iPhone del marito morto suicida. Più di mille giorni perché un giudice della Central London County Court ordinasse al gigante della Silicon Valley di lasciare alla moglie libero accesso alle foto scattate alla figlia Matilda e conservate sul suo iCloud.

La storia di Rachel e Matt inizia all’università e nel 2009, dopo dieci anni di matrimonio accolgono la piccola Matilda. Entrambi lavorano nel settore immobiliare ma la vera passione di Matt è la fotografia e il suo soggetto preferito è la figlia, immortalata mentre muove i primi passi, mentre gioca, in braccio alla mamma, con il vestitino di Halloween. Con il tempo, l’iPhone di Matt si trasforma nell’album di famiglia in formato digitale. La favola di Rachel e Matt si interrompe però nel 2015 quando, dopo la separazione e senza aver mai lasciato intendere alcunché, Matt a soli 39 anni decide di togliersi la vita.

Nel dramma, Rachel e Matilda provano a trovare conforto abbandonandosi ai ricordi cristallizzati dalle fotografie dal padre ma non ricordano il codice di sicurezza del dispositivo e non riescono a sbloccare l’iPhone. Il loro mondo è lì ma è bloccato in una cassaforte impenetrabile e soprattutto invisibile. Rachel chiede aiuto direttamente ai tecnici di Cupertino ma niente da fare, l’azienda liquida la faccenda dichiarando che avrebbe “liberato” le 4500 foto e gli oltre 900 video depositati sull’account iCloud di Matt solo dietro a un’ordinanza del tribunale. Questo perché per Apple gli account dopo la morte non sono trasferibili. Rachel così inizia la sua battaglia. Si rivolge a un avvocato, sborsa un sacco di sterline e dopo una maratona legale durata oltre tre anni, batte Apple riuscendo a farsi dare i codici di accesso per aprire l’account e accedere alle foto.

Dopo la sentenza, il giudice che ha dato ragione a Rachel si è esposto pubblicamente auspicando per un cambiamento delle normative dal momento che, per la legge britannica, i dati dei congiunti stoccati sui cloud non sono accessibili ad alcun famigliare. La storia di Rachel però non è un caso isolato. Nei mesi scorsi anche un tribunale statunitense aveva costretto la Apple a fornire al marito i dati dell’account iCloud di un uomo scomparso in un incidente stradale due anni prima. Lo stesso problema, seppur in un contesto decisamente diverso, aveva portato Apple al centro dell’attenzione già nel 2015 in occasione della strage di San Bernardino (California). Lì, l’FBI aveva chiesto l’aiuto dell’azienda per accedere all’iPhone del terrorista, ricevendo però già all’epoca un secco “no”. Tutte le storie, in ogni caso, riaccendono così i riflettori sul delicato tema di che fine fa l’eredità digitale di un individuo alla sua morte.

 

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