Abbiamo presentato la mattina di giovedì 16 maggio a Roma il XV Rapporto sulle carceri dell’associazione Antigone, alla presenza del Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma e del Capo del Dipartimento della Giustizia minorile e di comunità Gemma Tuccillo. Da 21 anni entriamo in tutte le carceri italiane per adulti e per minori e ci preoccupiamo di raccontare all’esterno quella vita reclusa che troppo spesso si vorrebbe rimuovere e dimenticare.

“Il carcere secondo la Costituzione”: è questo il titolo che abbiamo dato al Rapporto di quest’anno appena pubblicato. Perché con troppa leggerezza è oggi permesso citare una pena che deve far marcire in galera i condannati, dimenticando il dettato dei nostri padri Costituenti che le carceri fasciste le avevano ben conosciute.

Continua a crescere il numero dei detenuti nelle carceri italiane, pur in presenza di un netto calo dei reati denunciati all’Autorità giudiziaria e di un corrispondente calo degli ingressi in carcere dalla libertà, quasi dimezzati negli ultimi dieci anni. Abbiamo oggi 8mila detenuti in più rispetto a tre anni e mezzo fa, quando andavano finendo gli effetti di quelle riforme – pur strutturali – che hanno seguito la condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Abbiamo oggi circa 60.500 detenuti, 10mila in più rispetto ai posti letto ufficiali. I quali tuttavia non tengono conto delle varie situazioni che abbiamo potuto vedere con i nostri occhi girando per le galere, per cui non tutti i posti conteggiati sono davvero utilizzabili. Un esempio tra tutti: il carcere di Camerino, inutilizzabile dai tempi del terremoto del 2016 eppure ancora conteggiato come disponibile dal ministero della Giustizia. Se il tasso di affollamento ufficiale è del 120%, quello reale è dunque più elevato.

Nel corso del 2018 abbiamo visitato 85 istituti di pena. Nel 35,3% di essi abbiamo scoperto che l’acqua calda non è assicurata. Nel 7,1% addirittura non funziona il riscaldamento. Nel 54,1% le celle sono prive di docce, pur previste dalla legge. Nel 20% non esistono spazi per le lavorazioni.

Il lavoro è un nodo dolente del sistema. Solo il 30% del totale dei detenuti svolge una qualche mansione lavorativa alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, con ruoli poco qualificati legati a piccoli servizi interni. Ma ciò che i numeri non dicono è che, in questo 30%, quasi sempre l’impiego è di poche ore settimanali, a turnazione e con paghe basse. Troppo poco per una seria reintegrazione sociale.

In alcuni istituti italiani il numero di detenuti in più rispetto ai posti letto disponibili è davvero elevato. Le due carceri napoletane la dicono lunga: a Poggioreale sono stipati 731 detenuti più della capienza, mentre a Secondigliano “solo” 418. Questo affollamento, si badi bene, non è dovuto ai detenuti stranieri, la cui percentuale è diminuita nel 2018 rispetto all’anno precedente. Sono gli italiani che stanno determinando il sovraffollamento delle nostre galere. Il tasso di detenzione delle persone straniere è diminuito di ben tre volte negli ultimi 15 anni.

È invece la nostra sciocca normativa sulle droghe a giocare un ruolo serio nel riempire le carceri. Abbiamo una delle normative più repressive e inefficaci d’Europa su questo tema. Oltre il 35% dei detenuti nelle carceri italiane si trova lì per aver violato la legislazione sulle tossicodipendenze, a fronte di una media europea del 18%. E visto che è all’Europa che oggi stiamo guardando, teniamo a mente che negli ultimi anni i reati sono andati diminuendo nell’intera Unione europea collettivamente considerata. Conseguentemente, anche il tasso di detenzione è calato, diminuendo negli ultimi dieci anni ben del 10%. In Italia, del tutto schizofrenicamente, sono sì diminuiti i reati commessi, ma il tasso di detenzione si è invece alzato (negli ultimi due anni addirittura del 7,5%), segno di una politica criminale ideologica e insensata.

Se guardassimo più ai numeri e meno alla propaganda, tante cose si farebbero chiare sulle bugie che troppo spesso ci sono raccontate.

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