Ted Bundy, il più efferato serial killer statunitense, come non l’avete mai visto. Esce nelle sale italiane il 9 maggio Ted Bundy – Fascino criminale (in originale: Extremely wicked, shockingly, evil and vile). Il film diretto da Joe Berlinger non è il classico thriller con apici splatter dovuti alla rappresentazione delle ragazze uccise brutalmente che, per la cronaca, sono almeno trenta, sicuramente tra il 1974 e il 1978 in Colorado, Utah, Washington e Florida. Bensì uno scandaglio inquieto e fragile nel privato casalingo/familiare di Bundy attraverso la prospettiva, lo sguardo e le sensazioni della sua compagna di allora, Elizabeth Kloepfer (nel film Kendall) ignara, innamorata, anche se non del tutto vicina al fidanzato omicida fino alle fine dell’ultimo processo, evento mediatico televisivo nazionale per l’epoca, che ha visto Bundy condannato alla sedia elettrica.

Un’angolazione particolare che conferisce un’apparente scappatoia umana al killer. Già, apparente. Ted è subito un ragazzone belloccio e spiritoso, fidanzato speciale avvicinato davanti a un jukebox da Liz, ragazza separata con figlia a carico. Una notte d’amore e Ted è in cucina a preparare pancake con la figlia di Liz entusiasta. Il ragazzo si sta laureando in legge. Liz lo adora. Scivolano via i filmini in Super8 (siamo nel 1974 a Seattle) e intanto i tg dell’epoca cominciano a enumerare donne scomparse e corpi mutilati. Tutto degenera quando il maggiolone bianco con Bundy alla guida viene fermato da un poliziotto nello Utah. In macchina ci sono corde e guanti, ma soprattutto il bel Ted è la copia sputata del ragazzo descritto da diverse testimoni scampate alla “sua” strana e bizzarra aggressione. Per il protagonista è l’inizio di un lungo travaglio giudiziario e processuale, intervallato da due brevi evasioni, e da un’arringa definitiva che Bundy farà sua licenziando avvocati che chiedevano di patteggiare.

Così se la vicenda Bundy, portata sullo schermo diverse volte con risultati disastrosi, è sempre rotolata sul solito grand guignol di violenza e morte, qui il controluce in cui viene posizionato Bundy è quello dell’incredulità della propria fidanzata, transfert spettatoriale perfetto, proprio perché Berlinger (su script del neofita Michael Wervie e direttamente dal libro della Kloepfer) evita la doppia lettura del truculento. Gli omicidi non si vedono mai. Solo le prove sembrano schiaccianti, ma quella fiducia “familiare” che gradualmente si sfilaccia tra Ted e Liz tiene in piedi la solida prosa del racconto, esplosa infine intimamente solo sul finale di confronto tra gli oramai ex fidanzati. Il ritmo del racconto è celere, le singole sequenze vengono tagliate sull’asse più volte accelerando i tempi di azioni e dialoghi.

Insomma, Ted Bundy – Fascino criminale è un buon film intimista su sconvolgenti e storiche vicende pubbliche di cronaca (chiaramente riassunte sui titoli di coda, con tanto di filmati originali). Che dire poi della trovata di Zac Efron, teen idol da commediucole, messo lì ad incarnare il male assoluto, incapace di autoanalisi, aggrappato fino alla fine ad una ridicola idea di innocenza soltanto per salvare il privato di un sentimento per Liz chissà, magari, perfino sincero. Il dilemma umano ed etico è evidente. È c’è anche del bel cinema.