Giù il cappello per Jia Zhangke. Se ancora non fosse stato incensato abbastanza, Jia è probabilmente il più grande poeta cinematografico del cinema cinese odierno. L’uscita in Italia de I figli del fiume giallo (9 maggio) ne è la rigorosa conferma. In concorso a Cannes 2018, un passaggio a Torino Film Festival 2018 per la prima italiana e poi, per fortuna, in qualche sala. Jia disegna da sempre un cinema maestoso e denso, calibra al millimetro ogni movimento di macchina e riempie l’inquadratura di elementi significanti oltre il bordo, mescolando di continuo privato e pubblico, intimità dei suoi personaggi e cambiamenti strutturali sullo sfondo di una Cina rurale ed urbana, brulicante e instancabile. Al centro di I figli del fiume giallo c’è la figura di Zhao (Zhao Tao, moglie e musa di Jia, con lui già in Platform, Still life, 24 city, Al di là delle montagne).

Una donna risoluta e determinata, amante del gangster Bin (l’altrettanto immenso Liao Fan), che lo accompagna in modo paritario, come fosse uomo anch’essa, ma mantenendo una esibita sensualità, tra bische, discoteche, incontri al vertice tra boss, e in mezzo alla strada tra botte, sangue e rivoltellate. Proprio per salvare Bin accerchiato e ferito, Zhao estrae una pistola e spara in aria, minacciando i tantissimi aggressori. Possedere armi da fuoco in Cina è un problema non da poco, tanto che la donna viene arrestata e condannata a cinque anni di rigidissima prigionia. All’uscita però Bin non c’è più. Lei lo cerca per migliaia di chilometri, ci arriva vicino, lo sfiora. Dapprima lui si nega, poi la incontra, si riallontana. Infine i due si incontrano ancora disillusi dal tempo e feriti nell’anima come irrimediabilmente nel corpo.

La sinfonia di Jia è una carrellata lunga quasi vent’anni con tre tappe temporali precise (2001, 2006, 2018) dislocate con grazia in due luoghi diversi della Cina significativi e ricorsivi per il proprio cinema: il Datong nello Shanxi – Unknown Pleasure – e Fengjie nel Chongqing, la regione delle Tre Gole di Still Life. La matassa da sbrogliare con il rifiuto dell’uomo verso la donna e la relativa ricerca di lei è elemento drammaturgico ricorrente nel cinema di Jia, ma in questo film assume connotati ancor più magniloquenti e totalizzanti. La mutazione del contesto ambientale, elemento poetico ossessivo in Jia, una trasformazione imponente dello sfondo che si combina in sincronia con la crescita esperienziale e traumatica delle singole figure in  primo piano qui vive di una vibrazione visiva e quasi tattile per l’intero film. Quando dopo circa un’ora inizia la seconda parte, quella in cui Zhao silenziosa comincia a cercare con pervicacia Bin, lo sfondo sovrasta di continuo le azioni della protagonista che Jia, come in ogni inquadratura, accompagna con levità e precisione, come disegnando linee, traiettorie di sguardo su gesti, azioni, primi piani di lei.

Stessa identica cura dei dettagli significanti, alla Bresson di Pickpocket, Jia la usa comunque per ogni personaggio (guardate cosa crea l’apparizione della pistola sulla pista da ballo dopo dieci minuti di film), anche se nell’economia del racconto Zhao si mangia tre quarti di inquadrature. Altro elemento che colpisce e avvince della visione dei film di Jia è che sembra essere disinteressato totalmente ai codici di genere, a quelle spie di linguaggio leggibili universalmente identiche. I figli del fiume  giallo, tra il rimescolamento continuo di contadini, passeggeri, cristiani, musulmani e apparizioni aliene, attraversa il melò e il gangster-movie con la scioltezza di un ritratto neorealista come con la solidità di un classico dramma hollywoodiano. Jia produce da tempo un cinema totale, poetico e accattivante, dove la dilatazione del tempo di un’inquadratura non è mai noia o distrazione, ma autentica emozione. Insomma, per sapere come andrà a finire tra Zhao e Bin, come la Cina più periferica e nascosta si sta continuamente e instancabilmente trasformando rimanendo comunque sempre radicata a se stessa, andate a vedere I figli del fiume giallo. Film imperdibile.

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