di Anna Maria Giannini*

Quattordici ragazzi, di cui due soltanto maggiorenni, hanno praticato forme di violenza su un uomo di 66 anni in pensione, affetto da quello che viene definito “disturbo psichico” e dunque fragile e con grosse difficoltà a difendersi. La gang ha messo in opera vere e proprie forme di tortura accompagnate da scherno, risate, minacce, intimidazioni, umiliazioni, violenza fisica talmente estrema da avere condotto la vittima, secondo quanto riportato, alla morte dopo 18 giorni di agonia. Ora i ragazzi sono indagati per omicidio preterintenzionale, stalking, rapina. Si parla di giovani di cosiddetta “buona famiglia” di Manduria, della provincia di Taranto, non di criminali incalliti noti alla giustizia. Il movente? “Ci annoiavamo”. Hanno ripreso le torture e pubblicato le immagini. Si incitavano reciprocamente, dicendo “stasera andiamo dal pazzo”.

Che cosa ci dicono questi comportamenti? Che cosa ci dice il comportamento di chi sapeva e ha taciuto? Sembra che le violenze avvenissero anche in luoghi aperti davanti a testimoni. La vittima, Antonio Stano, non poteva più neanche uscire di casa per la paura e non poteva più neppure procurarsi il cibo.

Dal punto di vista criminologico, stiamo parlando di ragazzi che addirittura in una specie di lotta fra bande si contendevano il primato della ferocia nelle condotte di vittimizzazione: obiettivo era quello di divertirsi, di combattere la noia. Quella che chiamano noia è definibile come un vuoto profondo scavato dall’assenza di valori, dall’azzeramento del termometro empatico che consente di mettersi nei panni degli altri, di anticipare le emozioni che si possono provare e dunque attivare una costruttiva regolazione del proprio comportamento.

Ma come si sviluppa la regolazione delle emozioni? Come si attiva il termometro empatico? Attraverso l’attenta educazione, la vicinanza e l’esposizione ai valori, il crescere in ambienti che stimolino introspezione e capacità di comprendere le situazioni, le persone, le dinamiche relazionali, lo stimolo continuo a leggere le diversità come arricchimento. Sembra di trovarsi davvero di fronte a una situazione in cui dominano distacco, minimizzazione, disimpegno morale, incapacità di empatia. Una grave disregolazione che dovrebbe far riflettere gli adulti, anche quegli adulti che sapevano e non hanno fatto nulla.

Quanta indifferenza ha accompagnato questa vicenda? Perché di fronte a quanto accadeva a Manduria si è lasciato passare tempo mentre un uomo soffriva la più atroce delle umiliazioni? Il meccanismo in base al quale l’autore di violenza si concentra su se stesso e sul gruppo genera una attenuazione della percezione di gravità del comportamento e conduce a ritenere la vittima diversa da sé. Albert Bandura definiva tali condotte di disimpegno morale come basate sulla “deumanizzazione”: l’altro non è come me, è qualcuno di cui enfatizzo la diversità, la percepisco come negativa, azzero il termometro empatico e tutto ciò mi permette di proiettare tutta la negatività e aggredirla fuori da ogni possibilità di comprensione, di compassione, di umanità.

I meccanismi di disimpegno morale portano a percepire la violenza come “giustificabile”, la autorizzano e portano l’autore a uscirne sempre con un’immagine per lui o per lei accettabile. La minimizzazione dell’effetto fa il resto: “in fondo sono solo due messaggi”. Deumanizzare e minimizzare rende la vittima distante e aggredibile e l’autore giustificato. E gli adulti che stanno a guardare? Minimizzano anche loro. In fondo è complicato vedere nei propri figli un’immagine così terribile del loro comportamento e del loro modo di essere. Però occorre pensare un percorso per chi ha così gravemente rotto il patto sociale. Quale sarà il futuro di questi ragazzi?

E’ molto complesso accettare i fallimenti educativi, ciò che non si è riusciti a trasmettere e forse ciò che ha prodotto un ambiente che li ha troppo protetti e lasciati crescere senza regole attente e senza una opportuna modulazione emozionale. Scrivono i giornali: “sono tutti giovani di buona famiglia”. Ma che cos’è veramente una buona famiglia? Genitori professionisti? Economicamente benestanti? Istruiti? O forse una buona famiglia si potrebbe definire a partire da parametri quali: tempo di buona qualità passato con i figli, capacità di educarli attraverso regole, capacità di leggere i le loro difficoltà, disponibilità al dialogo, attenzione ai loro progetti di vita?

Di fronte a episodi di tale gravità le famiglie, gli insegnanti, la società si interrogheranno sugli errori o cercheranno ancora di minimizzare, di normalizzare, rendendo Antonio Stano vittima una seconda volta?

*Psicologa e psicoterapeuta