Chiede “una risposta” John Pisano, l’uomo che ha ospitato Imane Fadil nella sua casa di Rozzano e che l’ha assistita negli ultimi giorni di vita. Chiede una risposta perché è lui che l’ha vista morire lentamente su un letto dell’Humanitas di Milano senza che sia stata ancora accertata la causa. E per ottenerla ha deciso di raccontare gli ultimi giorni di vita della sua amica anche ai giornali, in una doppia intervista a Repubblica e al Corriere, dopo aver fornito la sua versione agli inquirenti, condividendo così tutti i suoi dubbi sulla vicenda. “Mi resta la rabbia per le ingiustizie che ha subito prima da viva, poi da morta – dice -: con chi continua a fare illazioni sulla sua vita o a dire che sia morta per una forte depressione. Lei era forte, combattiva. Nel letto di ospedale, tra mille dolori, non ha mai ceduto di un millimetro. Le facevano male le persone. Più passava il tempo, più diceva che non poteva fidarsi di nessuno”.

John Pisano ha 55 anni ed è di origini siciliane, ma vive a Milano, dove insegna l’inglese dopo aver viaggiato per 30 anni in giro per il mondo come volontario in missioni umanitarie. Il suo primo incontro con Fadil risale al 2012, quando la ragazza lo contattò perché cercava un’insegnante: “Abbiamo parlato come se ci conoscessimo da sempre – ricorda – Alla seconda lezione le dissi: ‘Noi non ci siamo incontrati per caso'”. In quel periodo, Imane Fadil  stava testimoniando nei processi Ruby in cui raccontava dei balletti hard in casa dell’allora premier, Silvio Berlusconi, che le regalò 7mila euro. Ma guai ad accomunarla alle olgettine, questa era una cosa, racconta Pisano, che la faceva soffrire: “Ogni volta che doveva ricordare i fatti delle serata ad Arcore, riviveva la vergogna, l’onta di essere messa nel calderone delle olgettine. Imane era una persona di una moralità altissima che si è scontrata da subito con quel mondo”.

Nel 2015, Fadil continua a raccontare ciò che accadeva nella villa dell’ex premier, dice che Iris Berardi era entrata alle feste ancora minorenne e che lei e Barbara Guerra, tre anni prima, avevano provato a convincerla a non testimoniare. Da quando è diventata testimone, i soldi non bastano più, il lavoro scarseggia e Imane si trasferisce a casa di Pisano. La svolta si ha la sera del 14 gennaio scorso: la ragazza esce molto arrabbiata dal tribunale di Milano perché è stata esclusa dalle parti civili. Due giorni dopo va a cena con un uomo, di cui Pisano non fa il nome “perché le indagini sono ancora in corso”, e quando torna accusa un malore: “Nei giorni precedenti aveva avuto dei malesseri, ma erano mali di stagione – ricorda Pisano che dice di essersi ammalato insieme a lei – Dopo la cena vomitò  e disse che aveva bevuto un bicchiere di vino rosso e mangiato un’insalata”. Da quel momento è iniziato il costante peggioramento che l’ha portata alla morte: “Ha cominciato ad avere dolore alle gambe, poi problemi allo stomaco. Mi diceva ‘sento che dentro di me sta accadendo qualcosa’”. Ma solo il 24 gennaio si convince a chiamare la Guardia Medica. Referto: forte stato di stress.

Ma le condizioni della ragazza continuano a peggiorare e solo il 29 gennaio, dopo giorni di insistenza da parte di Pisano, la giovane decide di farsi portare in ospedale, all’Humanitas di Milano. “Non voleva andare in ospedale perché temeva che potessero farle qualcosa perché lei aveva dato fastidio”, dice Pisano ai giornalisti. “Stava davvero male, nemmeno gli antidolorifici o i massaggi che le facevo placavano ormai il dolore – continua l’amico mostrando i messaggi ricevuti dalla ragazza – ‘Non mi lasciare sola, John’, mi diceva. Pensarci ora mi fa ancora tanto male. Aveva fortissimi dolori all’addome. Sul letto c’era una chiazza di sangue, e lei tossiva e sputava sangue. Grumi, non liquido. Le dicevo che dovevo tornare a casa, ma lei mi chiedeva di rimanere, di dormire accanto a lei. Io però dovevo andare. Alla fine le ho detto ‘sister, adesso vado, ci vediamo domani’. Ma non l’ho più vista”.

Man mano che la ragazza peggiorava, i medici svolgevano tutti gli accertamenti e hanno “individuato sintomi legati a problemi tossicologici che interessavano fegato e polmoni, con il midollo osseo che era compromesso gravemente. Non è stata lei a parlare di avvelenamento. Sono stati i medici che, dopo aver escluso tutte le diagnosi con mille esami, avendo trovato quell’alta concentrazione di metalli pesanti nel sangue, ci hanno detto: ‘Sospettiamo l’avvelenamento'”.

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