La vittoria era scontata ma la percentuale dei “no” non lo era affatto. L’88,83% degli egiziani ha votato sì alla modifica della costituzione nazionale che permetterà all’attuale presidente Abdel Fattah el-Sisi di rimanere al potere sino al 2030. Una percentuale di circa 10 punti più bassa rispetto ai voti ottenuti lo scorso anno alle presidenziali da el-Sisi. Che nel 2018 venne infatti rieletto con il 97,8% dei voti contro un solo sfidante, Moussa Mostafa Moussa, un suo sostenitore sceso in campo all’ultimo momento dopo l’arresto di diversi potenziali candidati. A essere più alta, questa volta, è stata anche l’affluenza: ha votato il 44% degli aventi diritto, circa 27 milioni di persone, contro il 40% della scorsa tornata.

La data di questa consultazione è stata resta nota solo mercoledì scorso. Una tempistica che, come affermato dall’opposizione, ha lasciato ben poco tempo al dibattito e non ha permesso nemmeno la presenza in Egitto di osservatori elettorali indipendenti. Le urne sono rimaste aperte per 72 ore, dallo scorso sabato a ieri, e il clima che si respirava ricalcava in ogni dettaglio quello delle ultime presidenziali: i seggi costellati di bandiere e di dj che diffondevano canzoni patriottiche a volume assordante, autobus di persone dalle periferie del Cairo che, come documentato da numerose testate internazionali, hanno ricevuto generi di prima necessità in cambio del voto (una legge ha recentemente permesso agli elettori di recarsi in qualsiasi seggio e non solo in quello di riferimento). La messa in scena che ha dato la possibilità alle tv allineate al regime, ossia tutte quelle del panorama mediatico egiziano, di mandare in onda immagini di seggi popolati di persone sorridenti e di militari in posa con cittadini ordinatamente in fila e vestiti a festa. Ma il quadro appariva meno credibile, nonostante il dipartimento dell’informazione statale si sia affrettato a smentire sia il voto di scambio sia l’obbligo, in realtà imposto a diversi commercianti, di esporre i manifesti di propaganda per il “sì”.

Il vero fattore di cambiamento è stato l’atteggiamento dell’opposizione. Dopo che una petizione on line contro gli emendamenti costituzionali aveva raggiunto 250.000 firme ,nonostante il blocco di 34.000 siti da parte delle autorità, gli oppositori hanno deciso di andare a votare “no”, e non di astenersi come fatto sino a ora, e di renderlo pubblico sui social network. “Abbiamo capito che disertare le urne non aveva più senso. Ci siamo resi conto che l’unico modo di esistere era quello di votare no. Delegittimare il processo elettorale e stare in piazza non è più possibile perché la repressione, da anni, non permette a nessuno di scendere per strada “, spiega Ibrahim Heggi, attivista del Movimento 6 aprile. Le foto delle schede nelle cabine elettorali con la crocetta sul “no” alle modifiche costituzionali sono iniziate a circolare tra gli attivisti che votavano all’estero e da sabato, prima giornata del voto in patria, hanno popolato anche le bacheche degli oppositori locali ancora liberi. “Far aumentare la percentuale dei no in un referendum che praticamente non aveva il quorum è l’unico modo per affermare che esistiamo. Possiamo dire che è una nostra crescita politica. Presentare un nostro candidato alle elezioni lo scorso anno (l’avvocato Khaled Ali, ndr) era troppo pericoloso e abbiamo deciso di non farlo, ma questa volta potevamo provare a giocare in modo diverso”, continua Heggi.

La modifica della costituzione riguarda 14 emendamenti e introduce due nuovi articoli. La norma transitoria che allunga sino al 2024 il mandato corrente di el-Sisi e permette la sua ricandidatura per un altro mandato pari a ulteriori sei anni è giudicata dagli oppositori l’ultimo colpo alle speranze della rivoluzione del 2011. Le modifiche, inoltre, aumentano il potere di controllo dei militari sull’esecutivo, restringono ulteriormente l’indipendenza della magistratura e ripristinano il sistema bicamerale con la Camera Alta che, abolita nel 2014, ricompare e stavolta vedrà un terzo dei suoi membri nominato direttamente dal presidente.

L’attuale costituzione era stata scritta, e approvata mediante referendum, nel 2014, un anno dopo il colpo di stato che destituì Mohammed Morsi, presidente dei Fratelli Musulmani eletto, in favore di Sisi che allora era il capo del consiglio militare supremo. Era il periodo in cui, nonostante il massacro dei sostenitori di Morsi a Rabaa al-Adawiya nell’agosto del 2013, la retorica di riportare l’Egitto sulla “retta via” dopo le derive autoritarie della fratellanza era ancora ritenuta credibile anche da una parte dei protagonisti della politica egiziana. Sono passati 5 anni e, con 60.000 detenuti politici e la maggior parte degli attivisti di piazza Tahrir ormai in esilio, la speranza di nuovi anticorpi alla deriva autoritaria in atto è quasi svanita. El-Sisi sta ricalcando le orme di Mubarak, il dittatore che fu in grado di restare al potere per 30 anni. E anche se l’attuale presidente nel 2030 ne raggiungerà “appena” 16 di mandato, le conseguenze della sua dittatura appaiono a molti osservatori internazionali già oggi peggiori di quelle esibite dal suo illustre predecessore.

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