di Raffaele Giammetti*

Esistono diverse stime degli effetti della Brexit, ma tutte trascurano un elemento fondamentale: l’integrazione delle nostre economie nelle catene globali del valore. Tenendone conto, gli effetti saranno molto negativi anche per i Paesi europei.

Quando nel giugno 2016 gli elettori del Regno Unito sono stati chiamati a scegliere tra restare o lasciare l’Unione europea, nessuno si sarebbe aspettato la vittoria dei Leave. La decisione presa quasi tre anni fa, e non ancora metabolizzata dall’establishment britannico, è sembrata fin da subito irrazionale e pericolosa. Secondo la visione dominante nel dibattito economico, l’appartenenza a un mercato unico con libera circolazione di beni, persone e capitale è un’opportunità irrinunciabile per il raggiungimento di uno stabile benessere economico. Dunque, il voto a favore della Brexit è apparso come un evento del tutto ingiustificato e imprevedibile.

Eppure qualche segnale premonitore c’era stato. A dire il vero, ben prima del sorprendente esito del referendum, diversi studiosi si erano interrogati sull’effettiva capacità del progetto europeo di innescare meccanismi di convergenza tra le economie dei Paesi membri. In particolare, nello spiegare la crisi europea numerosi economisti hanno sottolineato l’imponente e incessante ampliamento degli squilibri commerciali verificatosi tra i Paesi membri dell’Unione negli anni seguenti la costituzione del mercato unico e soprattutto a seguito dell’introduzione della moneta unica.

In effetti, gran parte di questa letteratura riguarda proprio l’Eurozona e forse questo è il motivo per cui, fatte salve alcune eccezioni, nel dibattito post-Brexit ha trovato poco spazio la questione inerente gli squilibri commerciali che il Regno Unito ha ininterrottamente accumulato negli ultimi decenni verso l’Europa. Eppure, come fanno notare Realfonzo e Viscione, la sovranità monetaria e il cambio flessibile di cui si gode oltremanica non sono bastati al Regno Unito per mettersi al riparo da una dinamica dai caratteri strutturali che ha contribuito alla deindustrializzazione e finanziarizzazione del sistema produttivo e commerciale britannico.

Come mostrano le figure 1 e 2, nel corso degli ultimi decenni il Regno Unito ha accumulato un crescente deficit commerciale con i Paesi europei, soprattutto in manifattura, che è stato solo parzialmente bilanciato da un surplus in servizi, soprattutto finanziari, verso i Paesi extraeuropei. Già a inizio millennio, Thirlwall ammoniva sulla pervasività di questo processo che, se non arginato, avrebbe potuto offrire terreno fertile per la germinazione di sentimenti di rancore verso i Paesi e le istituzioni d’oltremanica. Oggi queste osservazioni trovano conforto empirico negli studi che, all’indomani del referendum, si sono affannati alla ricerca di una spiegazione al voto pro-Brexit. Stando ai risultati ottenuti da uno dei principali gruppi di ricerca che si sono occupati delle cause e conseguenze della Brexit, le avverse relazioni commerciali con l’Europa avrebbero contribuito a diffondere un sentimento di intolleranza verso il mercato unico e le istituzioni europee, e di rigetto della globalizzazione.

Figura 1. Esportazioni nette Regno Unito dal 2000 al 2014 (milioni di dollari). Fonte: Giammetti (2019).

In particolare, guardando alla distribuzione territoriale dei risultati del referendum, si scopre che i voti per lasciare l’Europa sono arrivati principalmente dalle regioni guidate dal comparto manifatturiero e caratterizzate da elevata interdipendenza economica con i mercati europei. Viceversa, i voti per rimanere in Europa sono arrivati principalmente dalle regioni che più hanno beneficiato dalla globalizzazione e che dipendono meno dai mercati europei.

Figura 2. Saldi settoriali Regno Unito tra il 2000 e il 2014 (milioni di dollari). Legenda: A- Agriculture and Fishing, B- Mining, C- Manufacturing, D-E- Electricity, Gas and Water Supply, F- Construction, G- Wholesale Trade, H- Transportation, I- Accommodation and Food Services, J- ICT Services, K- Finance and Insurance Services, L-Real Estate activities, M- Scientific Activities, N- Administrative Services, O-U- Public and Other Services. Fonte: Giammetti (2019).

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* Postdoctoral Researcher Università Politecnica delle Marche