Giulia Ligresti non doveva tornare in carcere. La Cassazione ha annullato il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza di Torino che l’aveva rimessa dietro le sbarre negandole l’affidamento in prova. Arrestata il 17 luglio 2013, dopo un mese di carcere a Vercelli, decise di patteggiare due anni e otto mesi per aggiotaggio e false comunicazioni sociali rispetto al bilancio 2010 della compagnia assicuratrice Fonsai. Lo scorso 1 aprile i giudici della corte d’Appello di Milano hanno revocato quel verdetto perché il 29 ottobre scorso il fratello Paolo è stato assolto in via definitiva per gli stessi reati. Dieci giorni prima dell’epilogo favorevole a suo fratello, però, la donna era tornata in carcere, questa volta a San Vittore perché il tribunale di Sorveglianza di Torino le aveva negato la messa alla prova, come misura alternativa al patteggiamento.

Venerdì scorso la prima sezione della Cassazione ha annullato la decisione della Sorveglianza accogliendo la richiesta avanzata dal difensore Gian Luigi Tizzoni che nel ricorso sottolineava la “contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione” che non tiene conto – anche a detta del sostituto procuratore generale Alfredo Pompeo Viola – dell’atteggiamento tenuto negli anni dalla designer milanese. La figlia dell’ex immobiliarista Salvatore, deceduto lo scorso maggio, non ha procedimenti penali pendenti, ha pagato quanto dovuto, si era mostrata disponibile a lavorare in una cooperativa sociale, in un percorso indicato dall’Uepe, per assistere minori e adulti in difficoltà, non occupa più posizioni dirigenziali, riconoscono sia il rappresentante dell’accusa che il difensore. Con l’annullamento della Suprema Corte, ora il giudice della Sorveglianza di Torino dovrà tornare sulla decisione e prendere atto anche che la revisione è passata in giudicato. Una detenzione per la quale l’imputata potrebbe chiedere un risarcimento. “Si tratta di una seconda vittoria che ribadisce, se ce ne fosse ancora bisogno, che non solo il primo arresto di Giulia Ligresti è stato ingiusto, ma che anche la seconda detenzione è immotivata”, spiega l’avvocato Tizzoni all’Adnkronos. “Anche quest’ultima sentenza restituisce piena dignità alla mia assistita, che non ha mai smesso di credere nella giustizia, e ristabilisce la verità su un’operazione finanziaria la cui vera storia è ancora lontana dall’essere scritta”.

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