Continua a spergiurare che di soldi all’estero non ha neppure un euro, che possono cercare quanto vogliono tanto il tesoro di Giancarlo Galan non esiste. Da giorni l’ex doge di Venezia, nonché ex ministro ed ex parlamentare di Forza Italia, è al centro di una tempesta giudiziaria che coinvolge tanti bei nomi dell’imprenditoria veneta, anche se né lui né loro sono indagati. Ma lo sono, per riciclaggio, i commercialisti a cui Galan si era affidato e che avrebbero gestito almeno un milione e mezzo di euro, facendolo finire su un conto a Zagabria, che però è stato trovato vuoto.

Si tratta di Paolo Venuti, il suo professionista di fiducia, della moglie di quest’ultimo, Alessandra Farina, e dei colleghi di studio di Venuti, Guido e Christian Penso, tutti padovani. Ma sono indagati anche gli operatori finanziari Filippo Manfredi San Martino di San Germano d’Agliè e Bruno De Boccard, che operano in Svizzera, e che avrebbero movimentato denaro anche in Italia, pur non essendo autorizzati alla gestione dell’attività finanziaria. I due avrebbero consentito a una ventina di imprenditori di portare il denaro all’estero, con tanto di “spalloni” discreti, ma efficienti, per un totale di almeno 70 milioni di euro. Ma quella lista è destinata ad allungarsi. Le persone nel mirino sarebbero almeno un centinaio.

Il “tesoro” di Galan e i tesori dei ricchi imprenditori nordestini. Sono tante le sorprese che riservano l’inchiesta e i sequestri (per 12 milioni di euro sui beni dei sei indagati) da parte degli uomini del Nucleo di polizia economica e finanziaria di Mestre, comandata dal colonnello Gianluca Fontana.

IL CONTO “MEMORIA” – E’ da questo nome che si deve partire per ricostruire il viaggio del denaro di Galan. E’ il nome del primo conto su cui, secondo il pm veneziano Stefano Ancilotto, che ha ottenuto i provvedimenti dal gip David Calabria, è stata accreditata una provvista di un milione e mezzo di euro. Un giro di bonifici cominciato nel 2002 e utimato nel 2015, pochi mesi dopo l’arresto di Galan, avvenuto nel luglio 2014. Interessate la Svizzera, la Croazia e qualche paradiso fiscale. La guardia di Finanza ha accertato che il conto Bim Suisse, acceso a Lugano, con il numero cifrato 1146, denominato Memoria, era intestato alla signora Farina, moglie di Venuti, al cui studio Galan aveva chiesto l’intestazione fiduciaria di parte delle azioni di Adria Infrastrutture, finita poi nello scandalo Mose.

Il conto intestato alla donna, insegnante, era suddiviso in quattro sottoconti con depositi in euro, yen e dollari. Tra il 2002 e il 2006 sul conto erano arrivati soldi da vari soggetti, tra cui alcune società panamensi, per il canale di banche operanti a Lugano, Losanna, Francoforte e Singapore. Nei due anni successivi una serie di trasferimenti in euro erano serviti per “investimenti e conseguenti disinvestimenti in fondi azionari e/o monetari”. Nel 2008 Memoria era stato chiuso. Titoli e soldi erano stati trasferiti sul conto 60254 della panamense Devon Consultants Assets nella stessa Bim Suisse. Quanto conteneva? Un milione 590 mila euro. I firmatari erano Venuti e la moglie.

La signora Farina, che secondo il pm era una prestanome, nel luglio 2009 aveva girato la somma sul conto numero 3697000565 di Veneto Banka a Zagabria. Nel dicembre 2009 e nel 2013 ci furono altri due passaggi, sempre interni a Veneto Banka. Quando i finanzieri sono arrivati, sul conto non c’era però più nulla. Risulta che il saldo alla fine del 2014 fosse di un milione 851 mila euro, dopo pochi mesi erano rimasti solo duemila euro.

“SONO SOLDI DI GIANCARLO” – Come può la Procura sostenere che fossero soldi di Galan? La prova sta in una intercettazione che risale al gennaio 2014 e che fa parte degli atti dell’inchiesta Mose. Tornando da una cena assieme a Galan e alla moglie Sandra Persegato ad Arquà Petrarca, la coppia Venuti parlò del deposito di Galan. Alessandra Farina (che formalmente li deteneva) avrebbe ribadito al marito, Paolo Venuti, che quelli erano soldi dell’amico e che non andavano investiti, visto che lui li voleva tenere per la figlia. “Se li è guadagnati lui, farà lui quello che vuole… ma se lui morisse domani… io non è che, potrei anche tenermeli io… giusto?! Ma non riuscirei mai a fare questa roba perché so che sono suoi e di sua figlia, ma tutti dobbiamo rispettare questa roba, anche sua moglie. Potrei tenermeli io e li lascio ai figli miei. Assolutamente… guarda, non… cioè non è proprio giusto”.

EVASORI DEL NORD EST –  Dal nocciolo della caccia al tesoro di Galan, ecco l’evasione fiscale. Una ventina di imprenditori avrebbero affidato i loro capitali ai due finanzieri italo-svizzeri San Martin e De Boccard. Ma in totale potrebbero essere un centinaio. Non sono tutti indagati e non avranno conseguenze penali per aver beneficiato dello “scudo fiscale” o perché l’evasione è prescritta. In compenso hanno raccontato il meccanismo dell’esportazione. L’immobiliarista veneziano Flavio Campagnaro (coinvolto per 5 milioni) ha detto: “Per le società in Romania ci avvalemmo di un professionista svizzero. Tramite lui aprii una società panamense”. E ancora: “Grazie alla mia attività imprenditoriale ho accumulato ricchezze anche provenienti da evasione fiscale. Era la prassi, anche indotta dall’esagerata pressione fiscale. I soldi in nero avevo bisogno di depositarli all’estero. Ciò avveniva tramite strumenti costituiti dai professionisti De Boccard e San Martino. Io avevo un numero telefonico svizzero di riferimento e quando lo chiamavo mi identificavo con un nome di comodo, ‘Elefante’. Loro mi mandavano uno spallone che veniva a prendere i soldi”. Come li prelevava? “Ho consegnato più tranches, non inferiori a 100 mila euro l’una. Generalmente presso un ristorante di Scorzé. Lo spallone era sempre lo stesso uomo, del quale non ho mai saputo il nome. Si presentava alla guida di un’auto sportiva, con targa svizzera. Avrò chiamato lo spallone tra le cinquanta e le ottanta volte…”.

Un altro nome di animale, “muflone”, per Sergio Marangon (un milione 200 mila euro), socio di Campagnaro. “Andai a Losanna un paio di volte per l’apertura dei conti, intestati a una società di comodo. Mi assegnarono un nomignolo, che avrei dovuto utilizzare per ogni futuro contatto. Le consegne avvenivano presso il vecchio casello autostradale di Dolo (Venezia) e in ristorantino di Scorzé. L’uomo che veniva a ritirare il denaro si presentava con un’Audi Sw con targa svizzera. Con lui non vi era assolutamente dialogo. Talvolta riceveva la consegna dal finestrino”. La provvigione per lo “spallone” era dell’1 per cento, inserita in una busta a parte, nel pacco di denaro”. La conferma del deposito avveniva il giorno dopo, con una telefonata. “Ma una volta consegnati, i denari erano come versati. Se la persona subiva un furto o un sequestro erano affari suoi. Così era stato concordato”.

IN CODA DAL FINANZIERE – L’albergatore veneziano Odino Polo (un milione di euro) ha offerto uno spaccato interessante, gli incontri con San Germano. “Ogni sei mesi mi telefonava dicendomi che sarebbe passato per Padova e che avrebbe potuto darmi informazioni. Ci vedevamo allo Sheraton e ricordo che c’erano generalmente anche altre persone che parlavano più o meno a turno con San Germano. Quando toccava a me mi esibiva dei fogli sui quali era tracciato più o meno l’andamento degli interessi che avevo maturato”. Ma siccome “erano fogli scritti a computer e non documentazione ufficiale”, l’albergatore non era tranquilo, temeva guai. “Non vedevo l’ora di rientrare del capitale, che per me era consistente. Infatti aderii subito allo scudo fiscale”.

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