di Francesca Scoleri

Fanno ben sperare alcune mosse del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e del Presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra, che si stanno muovendo in totale discontinuità con chi li ha preceduti e la speranza che venga fatta luce su incredibili segreti di Stato va rafforzandosi. Dalle premesse che hanno mostrato, mi attendo un atto di giustizia verso un giovane, Attilio Manca, che a soli 34 anni era luminare in Urologia e che, proprio per questo, fu condotto sulla via di Bernardo Provenzano.

La fitta rete di protezione di cui ha goduto Cosa nostra sotto i precedenti governi è dimostrata dalle sentenze emesse a Roma e Palermo su figure come Andreotti, Marcello Dell’Utri e dal processo sulla trattativa Stato-mafia in cui è citato Silvio Berlusconi. Di quest’ultimo, neo vincitore delle competizioni elettorali in Abruzzo, Basilicata e Sardegna accanto ad un membro dell’attuale governo, sappiamo che dava soldi ai corleonesi stragisti per mantener fede ad accordi siglati negli anni 70, “anche da premier, anche dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio”.

La mafia dava tanto in termini di voti e controllo del territorio ma pretendeva tanto; la protezione di uomini di spicco come Provenzano ad esempio. Prova ne è il numero di anni – 43 – che ha trascorso in libertà – seppur da latitante – riuscendo persino a raggiungere la Francia per farsi operare di tumore alla prostata. Provenzano non era ricercato, Provenzano era “protetto”.

Attilio Manca entra in relazione col sanguinario boss per salvargli la vita durante la grave malattia. Lo comunica lui stesso, in una telefonata sparita dai tabulati, di essersi recato nel sud della Francia per un intervento. E’ così che Manca diventa una minaccia per quell’uomo che familiari, vicini alla mafia di Barcellona Pozzo Di Gotto, hanno portato sulla sua strada.

Nonostante la procura di Viterbo, città in cui il giovane è stato trovato morto, abbia dichiarato che la causa della morte di Attilio sia “un suicidio per inoculazione volontaria di stupefacenti”, si susseguono racconti dettagliati da parte di collaboratori di giustizia su come il giovane sia stato ucciso dopo l’operazione al boss. Non è mai stata fatta alcuna indagine a riscontro di queste testimonianze.

Sempre i giudici di Viterbo sono stati i primi a dichiarare pubblicamente, l’interessamento alla vicenda da parte dell’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, durante una conferenza stampa alquanto bizzarra [minuto 36]: “Io sono arrivato a Viterbo nel bel mezzo di questa faccenda – spiegava l’allora Procuratore capo, Alberto Pazienti – La prima cosa che ho trovato sulla mia scrivania è stata la richiesta da parte della segreteria del Gabinetto del Capo dello Stato, che voleva chiarimenti in merito a questa vicenda. […] Ovviamente, sollecitato dal Capo dello Stato, mi sono attivato subito”.

Ad oggi, nessuno conosce il perché dell’interessamento di Napolitano verso un caso sconosciuto all’opinione pubblica di un ragazzo liquidato come “drogato suicida”. La commissione antimafia può chiedere che Napolitano si rechi in audizione a rispondere a questa domanda priva di risposta da ben 15 anni? Si possono avviare indagini tardive per capire come ha fatto un mancino puro ad inocularsi droga nel braccio sinistro ed a procurarsi ferite ed ecchimosi su gran parte del corpo? E dove sono finiti il suo computer e i suoi diari? La madre Angela attende. E anche l’Italia.

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