Facebook questa volta pare voglia fare sul serio mettendo al bando tutti i contenuti che fanno riferimento al nazionalismo bianco e ai gruppi di suprematisti bianchi. La svolta avviene dopo la strage nelle moschee in Nuova Zelanda, il cui autore aveva postato su Twitter e altri social media un manifesto suprematista, filmando in diretta un video della strage proprio su Facebook. Il social di Mark Zuckerberg aveva in passato consentito alcuni contenuti nazionalisti bianchi che non considerava razzisti, compreso il permesso per gli utenti di richiedere la creazione di Stati etnici bianchi. L’intento è quello di migliorare e velocizzare i sistemi di machine learning per l’eliminazione di determinati post. Si parla di una collaborazione con Life After Hate, un’organizzazione fondata da ex estremisti violenti che fornisce interventi di crisi, istruzione, gruppi di supporto e sensibilizzazione, al fine di poter identificare non solo gli autori di contenuti legati al suprematismo, ma anche di coloro che cercano termini assimilabili e associabili alla supremazia bianca.

Altri attacchi di estrema destra contro luoghi islamici erano quasi finiti nel dimenticatoio. In Germania ad esempio nel 2017 le autorità tedesche avevano registrato almeno 950 attacchi a musulmani e istituzioni musulmane come le moschee. Il numero di attacchi è probabilmente molto più alto, dato che spesso le vittime non sono riuscite a fare rapporti di polizia. Quasi tutti i responsabili degli attacchi erano estremisti di destra, secondo i dati pubblicati. Un team di ricercatori dell’Università di Warwick ha pubblicato una ricerca prendendo in esame 3.335 attacchi compiuti nei confronti dei rifugiati avvenuti in Germania negli ultimi due anni. La conclusione a cui sono giunti i riceratori stabilisce una relazione causale tra l’esposizione a contenuti che incitano all’odio razziale su Facebook e gli atti di violenza a danno dei richiedenti asilo, determinando che questi crimini aumentano del 50% nelle zone in cui si passa più tempo su Facebook.

Oggi i governi hanno invitato Facebook, Twitter e Google a fare di più per liberare le loro piattaforme dall’incitamento all’odio. Già in precedenza Facebook, così come altri social, aveva attuato una politica similare nei confronti di Daesh, ma gli esperti sostengono che la risposta nei confronti dei suprematisti bianchi sia stata più lenta in quanto non facile da rilevare. I messaggi diffusi online dai suprematisti bianchi vengono comunemente confrontati dai ricercatori e dagli esperti di controterrorismo con quelli diffusi dal gruppo terroristico estremista islamico, per la loro tattica condivisa di radicalizzazione online.

Tutto ciò basterà a evitare nuovi esempi di Luca Traini o Brenton Tarrant? Sicuramente i social giocano un ruolo importante, ma l’autore degli attacchi neozelandesi ha mostrato un aspetto non trascurabile, che non può ridursi solo al forte astio verso le sue vittime; ma al fatto che siano state trattate come fantocci di un videogame. Un vero e proprio distacco dal mondo reale corroborato da un video in cui mostra la sua concentrazione verso degli obiettivi da abbattere. Prima dell’attacco Tarrant aveva pubblicato il suo manifesto su 8chan, che a molti non addetti ai lavori può non dire nulla. Più noto è il suo “diretto parente” 4chan, incubatore di razzismo, transfobia e misoginia dove nel 2014 è nato Gamergate, un vero movimento razzista trasferitosi poi su 8chan, che deve la sua crescita alla parte più tossica e malsana del mondo dei videogame.