Finanche nel pensiero scientifico l’umanità ha a lungo creduto che il vuoto coincidesse con il nulla. Che non avesse caratteristiche, che non sapesse contribuire al pensiero. In matematica, la sostituzione dello zero al semplice spazio vuoto è acquisizione tutto sommato recente. Eppure il vuoto ci parla, come scrive il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale nella sua Relazione annuale al Parlamento, presentata questa mattina alla Camera dei deputati davanti al Capo dello Stato, al capo del governo, al presidente della Camera, al ministro della Giustizia, al presidente della Corte costituzionale e a tante altre autorità che hanno affollato una sala silenziosa e attenta alle parole di Mauro Palma, presidente del collegio del Garante.

Il vuoto ci parla dell’assenza, ci parla di ciò che abbiamo scelto di negare e che finisce anch’esso per essere presente. Come racconta la Relazione, le criticità che si sviluppano all’interno di comunità di persone ristrette – nelle carceri, nei centri di detenzione amministrativa per stranieri, nelle residenze sanitarie – vengono troppo spesso affrontare con la logica della sottrazione. Si tenta di avvicinarsi al vuoto. Si sottraggono oggetti alle persone private della libertà, nel migliore dei casi per evitare che si facciano del male. Si sottraggono spazi di vita, di interazione. E inevitabilmente si finisce per sottrarre soggettività, la parola chiave attorno alla quale la Relazione del Garante ruota.

L’istituzione, i media, la società tutta conoscono delle persone ristrette solamente i numeri. Sulle persone detenute, e ancor più sui migranti irregolari, si è sviluppato un “confronto computistico” che nega loro ogni soggettività. Va cambiato questo racconto e va cambiato il linguaggio che esso utilizza. “Soprattutto da parte di chi ha compiti istituzionali”, afferma Palma. “Ben sapendo”, continua, “che il linguaggio è il costruttore di culture diffuse e l’espandersi di un linguaggio aggressivo e a volte di odio costruisce culture di inimicizia che ledono la connessione sociale e che, una volta affermate, è ben difficile poi rimuovere”.

In ambito penale, il Garante nota come il sovraffollamento penitenziario non sia una fake news – come affermato di recente dal capo dell’amministrazione penitenziaria Francesco Basentini, seduto oggi in prima fila ad ascoltare la presentazione – e non sia dovuto a un aumento degli ingressi in carcere, bensì a una diminuzione delle uscite. Ciò può derivare da vari fattori, tra cui la maggiore debolezza sociale di chi è in carcere, che rende difficile persino accedere a un avvocato che chieda una misura alternativa alla detenzione, e l’erosione della cultura capace di vedere nella misura alternativa un processo virtuoso di reintegrazione sociale. Un’erosione che abbiamo toccato con mano nelle scelte legislative di questo governo e nelle grida alla certezza della pena come qualcosa che verrebbe minato dalla possibilità di espiare tale pena in una forma diversa da quella carceraria, ma non per questo più incerta.

Alle Asl il Garante chiede un impegno maggiore nell’erogazione dei servizi sanitari all’interno del carcere, dove la tutela del fondamentale diritto alla salute non è ancora sufficientemente assicurata. Contestualmente, chiede al Parlamento che intervenga per equiparare la malattia mentale a quella fisica, nella possibilità che oggi solo quest’ultima comporta di sospendere l’esecuzione penale.

Gli altri tre ambiti sui quali stamattina si è soffermato il Garante sono quelli della privazione della libertà legata ai processi migratori, della privazione della libertà nelle stazioni di polizia e nelle caserme dei Carabinieri, della privazione della libertà in ambito sanitario. Non sono qui nelle condizioni di approfondirli. Dirò solo che, per quanto riguarda il primo ambito, il cosiddetto decreto Salvini ha portato il tempo massimo di permanenza nei Centri per il rimpatrio da tre a sei mesi. Delle 4mila e rotte persone transitate nei centri durante il 2018, solo il 43% è stato rimpatriato. Se si guarda all’andamento di tale valore, si vede come la percentuale rimanga sostanzialmente immutata nel corso degli anni, mentre la durata massima di permanenza oscillava tra uno e 18 mesi. Segno evidente della mancata correlazione tra le due cose e della misura esclusivamente propagandistica contenuta nel decreto.

“Chi ha il compito di regolare e amministrare la cosa pubblica”, ha detto Palma, “ha altresì il compito di scelte che possono talvolta andare contro la supposta percezione della collettività, proprio per dare a essa una prospettiva meno angusta e un orizzonte di evoluzione”. La percezione di insicurezza – e a nulla vale ribattere con i dati sulla netta diminuzione dei reati negli ultimi anni, in quelli della supposta invasione migratoria – è ciò con cui oggi si giustificano politiche miopi, non consone alla cultura dei diritti e anche crudeli. La Relazione al Parlamento del Garante dei diritti dei detenuti getta uno sguardo alto e di respiro su un universo troppo chiuso e stretto. Non solo architettonicamente.

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