Sono state uccise nella Udine degli anni di piombo. Quelli in cui tutta l’attenzione era concentrata sulla lotta al terrorismo, tanto da far passare in secondo piano la mattanza del Friuli. Almeno quattordici donne, dodici delle quali prostitute, uccise tra il 1971 e il 1989, forse per mano della stessa persona. Il mostro di Udine, a quasi mezzo secolo dal primo omicidio, non ha ancora un nome. È un cold case, legato a una delle storie più feroci mai avvenute in Italia. E c’è chi non ha dimenticato, non può farlo. Oggi l’avvocato Federica Tosel, incaricata dai parenti di due delle vittime, Maria Luisa Bernardo e Maria Carla Bellone, ha presentato istanza di riapertura delle indagini presso la Procura di Udine. Nel corso delle riprese della docu-serie tv Il Mostro di Udine, che andrà in onda su Crime+Investigation (in esclusiva su Sky al canale 119) alla fine di maggio, sono stati infatti trovati alcuni reperti, raccolti dalle forze dell’ordine sui luoghi dei due omicidi, che non vennero mai analizzati, perché all’epoca la tecnologia forense non lo permetteva. Oggi potrebbero fornire nuovo impulso alle indagini. È questo l’obiettivo dell’istanza presentata dall’avvocato Tosel, rappresentante legale di Nicolino Bernardo, fratello di Maria Luisa e di Barbara Bellone, sorella di Maria Carla.

CHIESTA LA RIAPERTURA PER DUE CASI – “Nei fascicoli – spiega a ilfattoquotidiano.it – abbiamo trovato una busta con alcuni capelli, all’epoca non analizzati, rinvenuti sul luogo in cui fu uccisa Maria Luisa Bernardo e un’altra contenente un preservativo usato, che fu esaminato, ma non certo con la tecnologia oggi disponibile”. Una busta simile, che non è stata aperta per non inquinare eventuali prove, è stata trovata anche nel fascicolo sulla morte di Maria Carla Bellone “ma non sappiamo se contenga un mozzicone di sigaretta o uno spinello”. Maria Luisa Bernardo venne pugnalata la notte del 21 settembre 1976 e poi scaricata in un campo. Era una prostituta. Non fu la prima, né l’ultima a morire in quel modo.

LE VITTIME – La prima donna uccisa, il 19 settembre 1971, fu Irene Belletti. L’anno dopo fu strangolata Elsa Moruzzi. Eugenia Tilling fu accoltellata nel 1975. Dieci mesi dopo toccò a Maria Luisa Bernardo. Nel 1979 morì Jaqueline Brechbullher. Il 19 febbraio 1980, alla periferia di Udine, fu trovato il corpo di Maria Carla Bellone. Aveva 19 anni. Il suo omicidio aprì uno scenario ancora più inquietante. Il mostro di Udine aveva lasciato una firma, un’incisione dall’addome al pube, eseguita forse con un bisturi. Lo avrebbe fatto con altre tre vittime. Dal 1980 iniziò un’altra sequenza di omicidi: su alcuni corpi venne trovata l’incisione, su altri no e questo portò a pensare a due serial killer. A marzo venne ritrovato il cadavere carbonizzato di Wilma Ghin, la prima vittima che non era una prostituta. L’incisione ricomparve sul corpo della 22enne Luana Gianporcaro, uccisa nel 1983, ma non fu riscontrata in Maria Bucovaz, Matilde Zanette e Stojanka Joksimovic, assassinate l’anno dopo. Altre due vittime sarebbero state ‘marchiate’: Aurelia Januschewitz, morta nel 1985 e Marina Lepre, 40 anni, una maestra elementare. Fu uccisa il 26 febbraio 1989 e il suo corpo fu trovato nel greto del fiume Torre. Aveva una figlia di 9 anni, che ha fatto riaprire il caso per due volte, seguite da altrettante archiviazioni.

LA MINISERIE – Le storie di molte di queste donne saranno raccontate, per la prima volta in Italia, nella mini-serie true crime in quattro episodi. Il mostro di Udine è una produzione Ascent per A+E Networks Italia, una serie creata da Francesco Agostini e Matteo Lena, che ne è anche regista e scritta da Francesco Agostini, Matteo Lena e Carlo Altinier. Il documentario si mette sulle tracce dell’assassino, incontrando i figli delle vittime, anche quelli che si stanno battendo per riaprire il caso e andando a caccia di nuovi testimoni che non hanno mai parlato davanti alle telecamere. Con l’aiuto di poliziotti, carabinieri, magistrati e giornalisti che si erano occupati dei delitti ed esperti scienziati forensi, la mini-serie ricostruisce tutti i casi da un nuovo punto di vista, cercando indizi mai raccolti e analizzando i reperti ancora disponibili con le nuove tecnologie.

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