Sono stato a Milano alla due giorni organizzata da Davide Casaleggio, la seconda edizione di ‘Villaggio Rousseau’. La kermesse cinquestelle quest’anno era dedicata all’Europa e allo sviluppo del “sistema operativo” del Movimento. Migliaia di attivisti da tutta Italia erano radunati qui per discuterne.

Pensateci bene: abbiamo app per gestire quasi tutto della nostra vita ma non ce n’è una che ci aiuti a partecipare attivamente alla vita politica nazionale così come a quella della propria comunità locale. Questo è l’esperimento che sta portando avanti il Movimento 5 Stelle. Un esperimento che gode di una pessima fama sui media mainstream: “La piattaforma Rousseau è opaca”, “E’ obsoleta”, “Vittima degli hacker”, “Non funziona”, “Chi controlla chi vota”, ancora stamattina leggevo titoli come “La farsa della blockchain” etc… E’ giusto criticare ma è anche vero che l’esperimento è ambizioso e andrebbe apprezzato. Vi spiego perché secondo me.

Democrazia rappresentativa vs. diretta

Cominciamo col dire che la democrazia rappresentativa e quella diretta non sono in competizione ma possono compenetrarsi, un modello può migliorare l’altro. Il meccanismo base della democrazia rappresentativa sono le elezioni: amministrative, politiche ed europee, appuntamenti in cui ci limitiamo a scegliere “il migliore” – o spesso il “meno peggio” – tra una lista di persone e di simboli. Ma è una scelta importante quella che compiamo, ne va delle sorti della nostra comunità locale o della politica nazionale: i candidati che votiamo faranno per noi scelte importanti che incideranno sulla nostra vita. Ma come incidere nelle scelte politiche quotidiane? Come far partecipare un numero più ampio di cittadini alla cosa pubblica? E per rispondere a queste domande che è nata la piattaforma Rousseau.

Quello che non si vede

Un progetto così ambizioso ha bisogno di ingenti investimenti e di risorse economiche e umane per funzionare al meglio. Per esempio le piattaforme sociali che usiamo tutti i giorni – Facebook, Twitter, Instagram etc – sono sviluppate da numerosi team di ingegneri, linguisti, sociologi e tecnici di ogni tipo che ogni giorno apportano dei miglioramenti agli strumenti che oramai “vivono” con noi. È un lavoro che non vediamo quando postiamo una foto o scriviamo un post, ma che c’è, ed è grazie a quello se le azioni che compiamo ci sembrano semplici e intuitive.

Questo weekend al Villaggio Rousseau (a Milano al palazzo Stelline) ha debuttato il blockchain. Si è tenuta una simulazione di voto ‘certificato’, utilizzando questa innovativa e promettente tecnologia. Il vicepremier Luigi Di Maio e il fondatore Davide Casaleggio hanno assistito alla prima votazione di questo tipo sul sistema. Il voto tramite blockchain aumenterà, a detta dei 5 Stelle, la sicurezza della piattaforma.

Tutto questo permetterà di metter fine all’accusa ciclica di ‘voto alterato’ ad ogni consultazione online? Non lo so: codici, sviluppo, crittografie sono idee fantastiche, fantascientifiche, ma ahimè tutte cose che non si vedono. Intanto la normativa su blockchain e smart contract è stata per la prima volta inclusa in una legge nazionale (nel dl Semplificazioni, ndr).

Quello che si vede

Come uscire da questo settarismo digitale? Come tradurre tutto questo lavoro in qualcosa di comprensibile ai più, di utilizzabile, di visibile, di tangibile? Deve essere questa la sfida del futuro della piattaforma Rousseau. Può un Movimento incidere a livello locale se non ha una sede fisica, se non ha una bandiera piantata in un punto? Un manifesto, un drappello, un luogo di partecipazione?

Certo che no, il popolo si nutre di simboli che racchiudono valori, idee. La dimensione fisica a sua volta rafforza la dimensione digitale. Per questo anche l’offline ha bisogno di investimenti. Non sarebbe meglio destinare parte degli stipendi dei parlamentari oltre che alla piattaforma Rousseau anche a ‘muri e mattoni’ per costruire le sedi locali di un Movimento che deve diventare partito se vuole giocare ad armi pari con la Lega e gli altri?

L’importanza del testo

L’ibrido tra democrazia diretta e rappresentativa è quello faticoso della democrazia partecipativa: ci provò anni fa anche il Pd (Pdnetwork, Reset, Mobilitanti) per poi smantellare i progetti; l’unica testimonianza che ne resta è il nome dell’account Twitter del Partito Democratico (@pdnetwork). Il problema vero è che le persone fanno fatica a prendere tempo per decidere, studiare. Coinvolgerli è difficile. Anche sulla Diciotti, un caso super eclatante, hanno votato metà degli aventi diritto.

E poi siamo sicuri che sia solo una questione di piattaforma? Per dirla alla Giovanni Sartori (Homo videns): “Chi decide le domande che leggiamo sullo schermo?”. Il quesito ‘cervellotico’ su Salvini l’ha dimostrato.