Probabilmente ha ragione il senatore Armando Siri. Ci vuole buonsenso.

Peccato, però, che quel “buonsenso” non sia individuato come panacea nel contesto che maggiormente gli si addice.

Non funziona certo per disciplinare l’aggiudicazione delle gare pubbliche per la fornitura di beni e servizi, dove gli ingredienti della ricetta più salutare per la collettività sono norme certe, parametri rigorosi, indicazioni tecniche adeguate al perseguimento degli obiettivi, coerenza tra prezzo e prestazione/prodotto, regolarità contributiva e rispetto dei diritti dei lavoratori impiegati per la fornitura richiesta, estraneità da qualsivoglia connivenza diretta o indiretta con organizzazioni criminali che cercano opportunità per “lavare” i profitti delle loro malefatte, e così via.

Se la “confezione” degli appalti non si distacca dalle prescrizioni di un immaginario “Artusi” per preparare un adeguato “piatto”, non ci sono sorprese. Non si corre il rischio di “gastroenteriti giudiziarie” con inevitabili procedimenti a carico di cuochi e camerieri del menu ritenuto e riconosciuto illecito, si evitano le indigestioni dei famelici approfittatori della generosità dei fornitori a scapito della corrispondenza tra richiesto e fornito, si scongiura il digiuno del cittadino che aspetta invano un servizio efficiente o un qualunque risultato coerente con gli obiettivi originariamente previsti e annunciati dalla Pubblica Amministrazione.

La lentezza delle dinamiche burocratiche non si cancella rottamando la disciplina degli appalti.

Bisogna ottimizzare le procedure, sfruttando le tecnologie di cui ci si vanta nei comizi e nelle conferenze stampa nella speranza che mai nessuno vada a verificare quel che è stato detto e promesso.

Occorre formare il “committente”, responsabilizzando e specializzando chi deve “fare la spesa” così da sfuggire a sempre troppo frequenti errori madornali che portano ad acquisire cose che non servono o non fanno quel che ci si aspettava oppure a pagare un prodotto tre volte l’effettivo valore. La centralizzazione degli acquisti e la predisposizione di listini “certificati” non sembra aver risolto il problema e sovente innesca riscontri locali che portano spesso a scoprire quotazioni inferiori al prezzo “consigliato” e a far perdere fiducia nel sistema.

E’ fondamentale velocizzare l’itinerario di collaudo/verifica così da consentire l’immediato decollo del processo di pagamento dei fornitori che – se garantiti da una celere corresponsione delle somme per il credito maturato – eviteranno di caricare sul prezzo gli inevitabili oneri finanziari che sono costretti a sostenere per soddisfare le “urgenze” della P.A.

Sarebbe bene schivare le urgenze, magari redigendo piani di approvvigionamento che coprano la quasi totalità delle esigenze logistiche e di funzionamento. In questo modo le decisioni da prendere in fretta sarebbero limitate alle sole fattispecie di emergenza, che a loro volta possono essere comunque preventivate con la vidimazione dei corrispondenti processi.

Le lungaggini burocratiche sono l’humus della corruzione. Un “amico che ci pensa lui” diventa lo standard della possibilità di accelerare i tempi e semplificare i modi. Uccidiamo (in senso figurato, non mi si fraintenda) quell’amico e facciamo qualcosa che renda fluido e trasparente ogni passaggio del rapporto tra fornitore (aspirante o effettivo) e Pubblica Amministrazione.

Non sono le chiacchiere a riavviare l’economia e a rincuorare i creditori dello Stato quotidianamente beffati in vicende a dir poco kafkiane e comprensibilmente disincentivati a stabilir rapporti con entità pubbliche.

Il “buonsenso”, apparentemente accantonato da questa sequenza di riflessioni a voce alta, non lo buttiamo certo via. Anzi, ci auguriamo che tutti lo possano ritrovare.

Il “buonsenso” deve essere quello che ci guida a scegliere i nostri interlocutori, ad individuare chi può decidere per la comunità e per il bene di tutti, a prediligere chi realizza rispetto chi – forte della sua incompetenza – urla le sue promesse, a optare per chi non strepita un “2019 favoloso” ma spiega pacatamente che la strada è in salita ma con un po’ di sacrificio ce la si può fare, a preferire chi (a dispetto dell’ “uno vale uno”) è più bravo di noi ed è disponibile a mettersi a disposizione degli altri.

Si dovrebbe far riemergere quel “buonsenso” che fa a cazzotti con il “vaffanculo” che in cuore nostro esclamiamo mentre tracciamo quella dannata croce sulla scheda elettorale, il “buonsenso” che ci fa pensare alle conseguenze (a volte permanenti) delle nostre azioni, il “buonsenso” che ci dà il tempo di ascoltare gli altri, riflettere, confrontarci, valutare, scegliere senza impeto dando precedenza a cervello e cuore invece che alla pancia.

Sì, Senatore Siri, sono quasi d’accordo con lei. Ci vuole buonsenso, ma non per gli appalti.

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