Il Parlamento spagnolo ha rigettato la Finanziaria 2019, la prima legge di bilancio proposta dal governo socialista di Pedro Sanchez, uno dei pochi baluardi rimasti alla sinistra europea, provato dalle pressioni incrociate degli indipendentisti catalani e di una destra che serra i ranghi. Un totale di 191 deputati su 350 ha votato emendamenti per bloccare la legge. Le proposte di modifica sono state presentate, in particolare, dal conservatore Partito popolare (PP), dai liberali di Ciudadanos e dai due partiti indipendentisti catalani PDECat ed ERC. A questo punto il premier, il cui gruppo parlamentare ha solo 84 seggi, potrebbe convocare elezioni anticipate. Il premier, hanno fatto sapere fonti di governo, annuncerà la sua decisione venerdì.

La bocciatura era nell’aria, dato il contesto in cui l’assemblea ha votato la legge. Domenica scorsa migliaia di persone hanno sfilato a Madrid per chiedere le dimissioni del premier socialista in un corteo organizzato da PP e Ciudadanos, insieme al movimento di estrema destra Vox, secondo cui Sanchez si sarebbe dovuto dimettere per aver tenuto colloqui con i separatisti. Il governo aveva interrotto i negoziati con questi ultimi dopo che il vicepresidente spagnolo, Carmen Calvo, aveva fatto sapere che i separatisti non avrebbero rinunciato alla loro richiesta di un referendum per l’indipendenza. Ieri, inoltre, è iniziato il processo ai 12 leader arrestati dopo il referendum dell’ottobre 2017, accompagnato da nuove proteste.

La condizione che gli indipendentisti avevano posto per non votare contro la legge era che il governo acconsentisse a negoziare per l’autodeterminazione della Catalogna, aprendo così a un referendum in merito, ma l’esecutivo ha ritenuto inaccettabile questa condizione. Martedì il ministro delle Finanze Maria Jesus Montero aveva lanciato oggi ai gruppi parlamentari un ultimo appello a non ostacolare il provvedimento, avvertendo però che il governo “non intende cedere ad alcun ricatto”. Nessun do ut des, insomma, che non sia nei binari della Costituzione: “Questo governo – ha detto – non ammetterà in nessuna circostanza che in nessun ordine del giorno figuri il diritto all’autodeterminazione per la Catalogna. Non possiamo, né vogliamo”.

Sanchez ha lasciato la sede della Camera qualche minuto dopo il voto, senza rilasciare dichiarazioni. È arrivato al potere a giugno grazie al voto dei 17 deputati indipendentisti, che hanno appoggiato la sua mozione di sfiducia contro l’allora primo ministro conservatore Mariano Rajoy. Da giugno alla guida di un governo di minoranza con soli 84 deputati socialisti su 350, Sanchez al suo arrivo al potere aveva promesso di convocare rapidamente delle elezioni, salvo poi cambiare idea e decidere di presentare una legge di bilancio per provare a restare al governo fino alla fine della legislatura nel 2020.

Dopo questa bocciatura, Sanchez potrebbe essere costretto a convocare elezioni anticipate: secondo l’analista Antonio Barroso, dell’istituto Teneo, Sanchez “non è obbligato legalmente” a convocare nuove elezioni, dal momento che è possibile una proroga dell’ultimo bilancio, ma politicamente sarebbe “difficilmente giustificabile” non farlo. Come possibili date, oltre al 28 aprile, sulla stampa spagnola circola anche l’ipotesi del 26 maggio, quando in Spagna si voterà per le elezioni europee, nonché per municipali e regionali.

Il processo contro i leader indipendentisti catalani ha reso più tesi i rapporti fra Sanchez e i separatisti, di cui il premier ha bisogno per disporre di una maggioranza in Parlamento. Negli ultimi giorni il governo Sanchez aveva adottato un tono di campagna elettorale, accusando destra e indipendentisti di votare insieme. A questo panorama si aggiunge l’estrema destra di Vox: secondo diversi sondaggi – l’ultimo dei quali pubblicato oggi – PP, Ciudadanos e Vox, che già collaborano per il governo regionale dell’Andalusia, sarebbero in grado di formare una maggioranza a livello nazionale.

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