La sinistra di lotta che dà i voti a quella di governo e in cambio le scrive la manovra: patrimoniale, aumento del salario minimo, Tobin tax, lotta all’evasione, politiche per la casa, parità di genere, ambientalismo. Succede in Spagna, dove giovedì scorso Pedro Sanchez e Pablo Iglesias hanno firmato un accordo sui Presupuestos, la legge di Bilancio per il 2019, che potrebbe trasformarsi in un’alleanza fino a fine legislatura. Il premier socialista e il leader di Podemos hanno presentato 50 pagine di documento – dal titolo “Manovra per uno Stato sociale” – con un’introduzione che sembra un manifesto politico: “I cittadini e le cittadine di questo Paese hanno visto crescere in questi anni le disuguaglianze, la povertà e la precarietà, mentre si riducevano gli investimenti nel welfare, cioè nei servizi pubblici che garantiscono uguali opportunità nella sanità, nell’educazione e nel mondo del lavoro”. E ancora: “La maggioranza degli spagnoli si è impoverita mentre si privilegiava una minoranza: con la scusa della crisi si è portata avanti un’austerità a oltranza, concentrata esclusivamente sulla riduzione del debito pubblico”.

Un accordo del genere è da anni impensabile per l’Italia, dove il Pd e le forze alla sua sinistra – complici le tendenze liberiste degli ultimi governi a guida dem – da tempo litigano su tutto, e più che mai sui temi sociali ed economici. Non che Sanchez e Iglesias se le siano mandate a dire negli anni passati: a partire dal marzo 2016, quando dopo lo stallo elettorale il leader del Psoe – arrivato secondo – chiese a Podemos, appena entrato in Parlamento, l’appoggio ad un governo coi centristi di Ciudadanos. Iglesias, all’esordio in Congresso, tirò fuori un discorso durissimo, che fece sbottare una deputata socialista incredula: “Tu estas mal!” (“Sei malato!”). Disse che Sanchez era “schiavo delle oligarchie e dei poteri forti“, paragonò il Psoe delle origini, che “lottava per la libertà”, a quello attuale “dei consigli di amministrazione, del traffico di influenze e delle élite finanziarie“. E concluse: “Non si stupisca se un giorno sarà costretto a togliere la S e la O dal nome del suo partito (“socialista” e “operaio”, ndr)”. Il leader socialista, da parte sua, definì Podemos “l’ancora di salvezza del Partito popolare” e lo provocò: “Se voti insieme a Rajoy, ti sarai trasformato in quello che dici di voler cambiare“. Iglesias non si fece impressionare, votò con i popolari contro il governo Sanchez e si tornò alle urne. Dal nuovo stallo politico uscì il secondo governo Rajoy, una coalizione tra Pp, Ciudadanos e nazionalisti baschi con l’astensione decisiva del Psoe.

A vederli ora, Sanchez e Iglesias sembrano aver cambiato idea l’uno sull’altro: grandi sorrisi, strette di mano e la firma congiunta a favor di telecamere al Palacio de la Moncloa, per celebrare l’intesa sulla legge di bilancio che i media spagnoli definiscono “la più a sinistra della storia“. E in effetti la manovra è molto più a tinte viola (il colore di Podemos) che rosse: di certo non sembra un provvedimento scritto per le oligarchie e i poteri forti, quelli a cui Iglesias, nemmeno tre anni fa, accusava Sanchez di rispondere. La misura più importante è l’aumento del salario minimo interprofessionale (Smi), che passa da 735,90 a 900 euro mensili: un aumento di quasi il 25%. Podemos avrebbe voluto portarlo a 1000 euro, ma può essere soddisfatta del compromesso. C’è un aumento dell’Irpef di due punti per i redditi superiori a 130mila euro (47%) e di quattro punti per quelli superiori a 300mila (49%), nonché una tassa dello 0,2% sulle transazioni finanziarie per le imprese sopra il miliardo di capitale. C’è la patrimoniale, un’imposta dell’1% sulle fortune superiori ai 10 milioni. E misure volte ad adeguare le pensioni all’inflazione reale, una specie di “scala mobile” applicata ai trattamenti previdenziali.

Non solo: nei Presupuestos si trovano misure significative anche per la scuola, la tutela dell’ambiente, il diritto alla casa e la parità di genere. Si stanziano 50 milioni per coprire le spese del materiale scolastico alle famiglie in difficoltà, le tasse universitarie sono ridotte ai livelli pre-crisi, sono aumentati del 6,7% i fondi per la ricerca. Si incentiva l’acquisto di auto elettriche, si finanzia con altri 50 milioni una “Strategia nazionale contro la povertà energetica” e si gettano le basi per una legge contro il cambiamento climatico e per la transizione energetica da presentare entro il 2018. Ancora: accogliendo una storica battaglia di Podemos, si dà il potere ai sindaci dei comuni di calmierare i prezzi degli affitti in caso di bolle speculative. Si equiparano, poi, i permessi di paternità a quelli di maternità, aumentando gradualmente i primi fino a portare entrambi a 16 mesi (non trasferibili) nel 2021.

Una manovra di forte carattere redistributivo che, naturalmente, ha un costo. Per coprirlo il governo di Sanchez da un lato aumenta le tasse ai ricchi, dall’altro ha ottenuto dall’Europa di poter sforare il deficit concordato dell’1,3% portandolo nel 2019 all’1,8%.

È una vittoria di Podemos, ovviamente, ma anche un importante successo per Sanchez, che tira una boccata d’ossigeno e vede più raggiungibile la fine della legislatura, fissata per il 2020. Dopo il fallimento del tentativo di formare un governo nel 2016, l’economista madrileno aveva passato i mesi peggiori della sua carriera politica: dimessosi dalla segreteria e dal Parlamento in polemica con la scelta del Psoe di astenersi e permettere la nascita del Rajoy II, per qualche mese aveva fatto il capo dell’opposizione interna. Poi, a giugno 2017, aveva vinto a sorpresa le primarie, sconfiggendo la favorita Susana Diaz: un voto interpretato da tutti come una rivolta della base contro i notabili del partito e la loro scelta di far nascere il governo di centrodestra. Nel giugno scorso il Congresso approva la mozione di censura proposta dal Psoe contro Rajoy a seguito del caso Gürtel, uno scandalo di corruzione che ha coinvolto il Partito popolare: per il meccanismo tutto spagnolo della “sfiducia costruttiva”, Sanchez diventa premier. Fino adesso ha governato in minoranza, sfruttando alternativamente i voti di Podemos, di Ciudadanos o dei nazionalisti baschi e catalani: ma l’accordo sulla manovra, per ammissione dello stesso Iglesias, potrebbe preludere a un sostegno ufficiale dei viola al governo socialista.

Non è ancora detta l’ultima parola, però: i Presupuestos saranno approvati lunedì 15 ottobre dal Consiglio dei ministri, e poi inviati a Bruxelles. Tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre dovranno essere approvati dal Parlamento, dove i socialisti e Podemos, anche uniti, non arrivano alla maggioranza. Fondamentali, quindi, saranno i cinque voti del Pnv (il partito nazionalista basco) e i nove dell’Erc (Esquerra Republicana de Catalunya, gli indipendentisti catalani di sinistra). Questi ultimi saranno i più difficili da ottenere: diversi rappresentanti dell’Erc hanno fatto sapere che voteranno sì alla manovra solo se il governo concederà la grazia ai leader indipendentisti di Barcellona, in carcere da quasi un anno. Se la legge di bilancio non passerà, Sanchez sarà costretto a dimettersi e si andrebbe ad elezioni anticipate: ma è un’eventualità che non spaventa i socialisti, tornati a crescere nei sondaggi dopo i primi mesi del governo Sanchez. E chissà che l’intesa con Podemos non possa replicarsi sulla scheda elettorale.