“Piacere mi chiamo Carolina e sono senza fronzoli”. Non è una diva la non-attrice che interpreta Dafne nell’omonimo film di Federico Bondi, però ha carisma e personalità da vendere. Presentato ieri sera in Panorama alla 69ma Berlinale, il secondo lungometraggio del regista fiorentino ha commosso ed entusiasmato il pubblico che non potrà dimenticare la performance di Carolina Raspanti, una 35enne che vive con naturale consapevolezza la sindrome di Down di cui è affetta.

Impiegata da anni all’Ipercoop di Lugo di Romagna, è stata “trovata” dal regista grazie alla popolarità che aveva acquisito grazie ai suoi due romanzi autobiografici. Carolina è anche scrittrice. Esplosiva di idee ed innamorata della vita è diventata Dafne, la figlia unica di una famiglia che improvvisamente si trova a perdere la madre per un malore. Lei e il padre devono elaborare un lutto e contestualmente ricostruire il loro rapporto. Per gestire ciò che resta di loro decidono di intraprendere una gita a piedi fra i boschi, una sorta di pellegrinaggio terapeutico durante il quale mettere a nudo fragilità e resistenze. Piccolo film dal cuore grande, Dafne è un walk movie esistenziale che sa guardare negli occhi gli spettatori spogliandoli dal pudore di quando osservano i portatori di handicap. Carolina/Dafne è talmente intelligente e travolgente da far dimenticare la propria condizione. In tal senso l’opera realizza il desiderio di Bondi: “Non volevo fare un film sulla sindrome di Down, e neppure sulla diversità in generale, ma volevo cercare di approfondire le risorse che ognuno di noi ha dentro e magari non conosce”.

Risorse che emergono certamente da Dafne, cuore pulsante del racconto, ma anche da suo padre Luigi (Antonio Piovanelli) e dalle persone che circondano le loro vite. Prossimamente nelle sale per istituto Luce CinecittàDafne è il secondo titolo della nutrita e promettente squadra tricolore a un festival di Berlino che però, sul fronte del concorso principale, non sta decollando: poche le opere di qualità e ancor meno le sorprese, ma soprattutto delusione da alcuni dei nomi più attesi. Il primo fra tutti è quello del tedesco-turco Fatih Akin che sottopone il suo talento a un’esibizione della violenza che rasenta lo splatter. Seppur tornato nella natia Amburgo dove ha girato e ambientato il suo cinema migliore, il cineasta già Orso d’oro per La sposa turca non trova ispirazione né misura nel raccontare con Der goldene Handschuh la vera storia di un serial killer efferato che negli anni ’70 sottopose le sue vittime – tutte donne – a sevizie indicibili.

Akin punta alla verosimiglianza endemica e riprendendone ogni singolo dettaglio (la casa, i movimenti..) e calca sguardo e occhio sulle molestie trascurando invece la tensione ad esse precedenti e conseguenti. In altre parole, inverte (in peggio) la mirabile operazione che Matteo Garrone ha effettuato con Dogman. Ma abbastanza deludente è anche il pur sofisticato film della polacca Agnieszka Holland – Mr. Jones – con il quale mette in scena la storia mai raccontata del giornalista gallese Gareth Jones che scoprì personalmente e fece luce sull’Holodomor. Film classico e lineare, risulta più interessante per il suo contenuto che non per la forma utilizzata. Più soddisfacenti sono risultate le visioni di film dalle firme meno blasonate: se il norvegese Hans Petter Moland con Out Stealing Horses ha confermato il suo tocco originale, la macedone Teona Strugar Mitevska è forse la prima piccola “sorpresa” di Berlino 69 con God Exists, Her Name is Petrunya, una commedia surreale scritta, diretta e ben interpretata, capace di raccontare un territorio poco esplorato dove la condizione delle donne è per certi versi ancora medievale.

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