Il lavoro “non sarà più per la vita” ed è “impossibile gestire il reddito di base”: in questo senso il reddito di cittadinanza “può essere una variante del reddito di inclusione per garantire un periodo povertà relativa tra un lavoro e l’altro. E questo ovviamente avverrà per molti“. Lo ha detto lunedì Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, in occasione della presentazione del volume “Anni Difficili. Dalla crisi finanziaria alle nuove sfide per l’economia” al Sant’Anna di Pisa. Il numero uno di Bankitalia inquadra così la misura simbolo del M5s, parlando nella prospettiva delle dinamiche del mercato del lavoro che è sempre più mobile e flessibile: “Ci si sposterà da un lavoro all’altro e la formazione sarà lungo tutto l’arco della nostra vita. E allora dobbiamo capire come affronteremo questi cambiamenti”, ha detto Visco.

“L’Italia ha bisogno di una vera riforma fiscale che manca dal ’76, invece c’è stato un insieme di interventi che non ha la stessa efficacia. Non si è mutata la distribuzione del reddito come è avvenuto altrove, ha avuto invece uno spostamento verso il basso legata all’economia reale”, ha detto poi il governatore di Bankitalia. “Credo – ha aggiunto – che se in futuro il lavoro si riduce, soprattutto nel settore manifatturiero, probabilmente bisogna porsi il problema della distribuzione del reddito e delle risorse, legato anche all’orario di lavoro, e del diritto di proprietà. Questo spiega anche perché in Europa è necessario essere uniti su questo aspetto superando la logica degli antitrust nazionali”.

“Prima o poi ci dovrà essere in Europa l’unione fiscale altrimenti difficilmente possiamo mantenere l’unione monetaria”, ha proseguito Visco, presentando il suo ultimo libro. “Se ci fu un errore quando siamo entrati nell’unione monetaria – ha aggiunto – è stato non pensare di mettere in comune il debito, questo non per far pagare ad altri i nostri peccati: era la principale preoccupazione dei tedeschi. Tuttavia è necessario immaginare qualche meccanismo diverso per mettere insieme un nucleo del debito pubblico dei diversi Paesi, lasciando la parte residua a carico dei singoli Stati”. In tal modo, ha spiegato ancora Visco, un nucleo di debito andrebbe anche a finanziare gli investimenti pubblici europei e una gestione accorta della parte residua permetterebbe di ridurre gli oneri per interessi. Tutto ciò sarebbe utile per “convincere i mercati che la parte comune è tripla A e quella residua ha un tasso di interesse minore” rispetto a quello che avrebbe normalmente.

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