Italia, il Paese delle leggi razziali. Ma anche meta di profughi ebrei da tutta l’Europa occupata dai nazisti per 4 anni, fino al 1943. In Italia infatti i cittadini ebrei erano privati di tutti i diritti, fin quasi all’annullamento. Ma non erano privati della vita, ancora. Chi veniva in Italia sperava soprattutto di raggiungere un Paese sicuro grazie alla Delasem: la più grande organizzazione di soccorso ebraico mai esistita. Un gruppo di volontari che aiutò a fuggire dall’Italia più di 5mila perseguitati, portandoli in salvo all’estero, soprattutto in Svizzera, ma anche negli Stati Uniti e in America Latina. Che distribuì documenti falsi e aiuti economici per oltre un milione di dollari. E che, per quanto sembri incredibile, prese vita con il permesso del fascismo, operando in piena legalità fino all’occupazione tedesca.

Delasem: Delegazione assistenza emigranti. “Emigranti“, in quegli anni, era sinonimo di ebrei in fuga. Mussolini non voleva che in troppi arrivassero in Italia, consapevole del peso che il loro mantenimento avrebbe avuto sulle finanze pubbliche, e contemporaneamente sperava nell’afflusso di pregiata valuta estera da parte degli enti ebraici internazionali. Così autorizzò la creazione di un soggetto giuridico che aiutasse i fuggiaschi a lasciare il Paese, sostenendoli economicamente per tutto il tempo necessario: la Delasem nacque il primo dicembre 1939 e stabilì la propria sede a Genova, in piazza delle Vittoria. Grazie al porto e alla vicinanza con la Francia, infatti, la città ligure fungeva da base per organizzare gli espatri. A dirigerla fu chiamato l’avvocato civilista Lelio Vittorio Valobra, ebreo genovese. L’organizzazione, alla nascita, poteva contare su 27 referenti, uno per ogni grande città: Settimio Sorani a Roma, Mario Falco a Milano, Emanuele Montalcini a Torino, Arturo Carpi a Napoli.

Gino BartaliI volontari partivano da una ricognizione statistica: quanti erano i profughi, quali le loro necessità, verso che Stato convenisse indirizzarli. Fornivano loro abiti, cibo e medicinali, distribuiti dalla “sezione femminile” presente in ogni città. Grazie ai referenti internazionali entravano in contatto con i parenti degli assistiti all’estero, chiedendo loro di contribuire alle spese di viaggio e procurando biglietti e visti. Il più famoso “delasemita” fu il ciclista Gino Bartali, che agiva da corriere, nascondendo documenti e carte sotto la sella e nella canna della bicicletta.

Si controllava anche, però, che ai rifugiati non si mischiassero truffatori, intenzionati a sfruttare il supporto della rete senza averne il bisogno. Qualche opportunista comparve anche tra i volontari dell’ente, ma venne subito allontanato: “Il giorno in cui una donna si lamentò dicendo che uno degli incaricati della Delasem gli aveva chiesto del denaro – racconta Rosa Paini nel libro I sentieri della speranza – Constatata la verità dei fatti, si allontanò immediatamente il collaboratore poco onesto”. Nel primo anno di attività l’organizzazione riuscì a far fuggire via mare centinaia di ebrei verso la Francia, non ancora occupata dalle armate del Terzo Reich. “Queste persone hanno dato a tutti noi una irripetibile lezione di generosità”, dice a ilfattoquotidiano.it il rabbino capo di Genova, Giuseppe Momigliano. “La figura di Lelio Valobra fu indispensabile: senza il prestigio professionale e la rete di conoscenze che aveva accumulato negli anni, tutto questo sarebbe stato impossibile”.

Con l’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno del 1940, arrivò l’ordine di internare tutti gli ebrei stranieri. La Delasem continuò la propria opera di assistenza, assegnando un proprio rappresentante ad ognuno dei 30 campi allestiti in Italia. L’aiuto dato agli internati divenne principalmente economico: lo Stato infatti forniva a ciascuno di loro un sussidio giornaliero di sole 6,50 lire, che l’ente integrava con le proprie risorse. A un certo punto la questura di Genova chiese all’avvocato Valobra i nomi di tutti gli assistiti dal suo ente, ma ottenne un rifiuto sdegnato. Nel frattempo i volontari continuavano a seguire le pratiche di espatrio e a tenere  informando i profughi sul loro sviluppo. A Firenze fu fondata la Delasem dei piccoli, specializzata nell’assistenza agli internati minorenni.

Ma fu nei primi mesi del 1942 che l’organizzazione portò a termine la sua più spettacolare missione: Valobra fu informato da Eugenio Bolaffio, referente Delasem a Gorizia, di un gruppo di 53 giovanissimi ebrei intrappolati in un vecchio castello vicino a Lubiana. L’avvocato organizzò immediatamente una spedizione che da Genova partì per la Slovenia, mise in salvo i ragazzi e li trasferì a Nonantola, vicino Modena. Lì occuparono villa Emma, un grande edificio disabitato fuori dal paese. Dopo l’occupazione tedesca, “i ragazzi di villa Emma” furono nascosti e aiutati a fuggire in Svizzera dai cittadini di Nonantola, che gli si erano profondamente affezionati.

La Delasem cessò ufficialmente di esistere dopo l’8 settembre, quando fu sciolta e costretta a operare in clandestinità. Diversi delegati locali furono arrestati, mentre i nazisti deportavano più di 6mila ebrei dall’Italia verso i campi di sterminio. Valobra, che sapeva di dover fuggire, chiese all’arcivescovo di Genova Pietro Boetto di prendere in consegna l’intero archivio della Delasem. “Mi recai dal cardinale – ha ricordato il suo assistente, don Francesco Repetto – e in piedi di fronte al suo scrittoio, con studiata indifferenza (perché le mie incombenze erano soltanto quelle esecutive di un piccolo segretario) chiesi se si doveva accettare la domanda della Delasem oppure declinarla. Il cardinale si raccolse un poco, ma non stette molto a pensare. Disse: sono degli innocenti, sono in grave pericolo, li dobbiamo aiutare anche con nostro disagio”. Boetto affidò al sacerdote l’eredità dell’intera missione dell’ente, finanziando gli ebrei perseguitati e nascondendoli nei locali dell’arcivescovato, salvando centinaia di vite dallo sterminio. Per questo, nel 2018, entrambi sono stati inseriti nel novero dei Giusti tra le nazioni dallo Yad Vashem, l’istituzione ebraica per la memoria della Shoah.