Dopo i cori razzisti a Koulibaly, dopo un morto, dopo richiami da ogni ordine e grado di politica sportiva e nostrana, la Lega Serie A piomba nuovamente in uno sconcertante polverone. Il 16 gennaio prossimo, la finale della Supercoppa italiana tra Milan e Juventus si svolgerà in Arabia Saudita, in particolar modo a Gedda nel nuovo stadio King Abdullah Sports City, definito “il gioiello splendente”, con una capienza di oltre 62mila spettatori, il secondo più grande impianto in Arabia Saudita.

Il polverone si è scatenato quando in una nota ufficiale della Lega per l’acquisto dei biglietti, è comparsa la dicitura in cui si sottolineava che in alcuni settori dello stadio le donne potranno accedere solo nel settore misto, riservato alle famiglie. In poche ore, come si evince dai profili social della Lega, i biglietti venduti anche al costo di 235 euro sono andati a ruba. Venduti oltre 50mila. Da questo momento in poi è stata un’escalation di tweet: prima Laura Boldrini, la quale sostiene che la Lega Serie A stia “barattando i diritti delle donne con i diritti tv della partite di calcio”. È intervenuta Giorgia Meloni e poi anche Matteo Salvini, schifato dalle discriminazioni.

In Arabia Saudita, le donne non contano praticamente niente. Fino a pochi mesi fa non potevano nemmeno guidare. Hanno diritto a metà dell’eredità di un uomo, non possono aprire un conto in banca, devono chiedere l’autorizzazione al ministero degli Interni per sposarsi con un uomo straniero. In Arabia Saudita le donne sono ancora oggetti velati, merce di scambio. Un proverbio saudita dice che “una ragazza non possiede che il suo velo e la sua tomba”. Il 16 gennaio Rai Uno trasmetterà una partita da un Paese omofobo, dove l’omosessualità non è consentita, da un Paese dove vige la pena di morte, dove ci sono punizioni corporali, dove vige una dittatura. Il buonsenso imporrebbe di non giocare in luoghi del genere, per rispetto delle donne del posto, delle battaglie delle nostre nonne, perché allo stadio dovrebbero poter entrare tutti, senza discriminazione di sesso.

Questa, signori cari, è la Supercoppa dell’ipocrisia. Sono anni che la Lega vende a Paesi dittatoriali, sanzionati dall’Onu e da Amnesty International, i diritti della Supercoppa solo ed esclusivamente per qualche milione in più. È successo con la Libia, Paese dove da sempre vige una dittatura militare; è successo con la Cina che sfrutta lavoratori e ancora condanna a morte le persone; è successo col Qatar. Se la Lega di Serie A non avesse diramato quel comunicato oggi nessuno parlerebbe di donne dell’Arabia Saudita, così come nessuno ha parlato di gay durante i mondiali di Russia.

L’accordo con l’Arabia Saudita è stato siglato a giugno e prevede una sponsorizzazione di circa 21 milioni di euro in cinque anni per tre edizioni della coppa in terra saudita. Non ricordo nessuna protesta, nessun boicottaggio. Gaetano Miccichè, neo presidente della Lega, ha dichiarato che la Lega si è semplicemente allineata con le politiche estere italiane. E ha ragione. Perché il vero scandalo, quello continuamente insabbiato, quello che spesso lasciamo passare “perché sono affari”, sono gli accordi commerciali tra Arabia Saudita e Italia che ogni anno fruttano 7,4 miliardi di euro, con una crescita esponenziale del 112 per cento. Il nostro ministro degli Interni, schifato dal campionato spezzatino, ingrassato da calciatori stranieri provenienti da ogni dove, che nel frattempo tiene in ostaggio decine di donne in mezzo al mare, è lo stesso che lo scorso 30 ottobre siglava accordi commerciali con i massimi esponenti politici del Qatar, un Paese sotto la lente d’ingrandimento delle Ong che si occupano di diritti umani.

Questa Supercoppa dell’ipocrisia è proprio una barzelletta ben recitata dai politici nostrani che predicano bene e razzolano male. Maurizio Pistocchi propone di boicottare la partita, c’è chi invece vuol mandare una terna arbitrale femminile, io vi invito a cercare su Internet “aziende italiane in Arabia Saudita” e vi renderete conto che molte di queste sono parastatali, che i primi a stringere la mano a uomini che trattano le donne come oggetti sono manager nominati dai nostri governati. Il 16 gennaio, se volete protestare, spegnete la tv, perché niente fa più paura dei trimestri in rosso.