Se nell’epoca contemporanea va tutto storto, la colpa è di Dick Cheney. Partiamo dalla tesi, mica tanto occulta, di Vice. Il nuovo film di Adam McKay (che con la versione sarcastico pop del crack finanziario del 2008 – The big short – vinse l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale) è il racconto vagamente allegorico su come uno scaltro e conservatore omuncolo qualunque del Wyoming sia riuscito a diventare vice presidente degli Stati Uniti, a modificare il corso degli eventi internazionali, a inventarsi teorie e giustificazioni “giuridico/legali” per dichiarare guerre, giustiziare dittatori, torturare prigionieri. Il Cheney di McKay è, shakesperianamente, il male assoluto. E la sua mogliettina Lynne, arrivista e altrettanto furba, è una suggeritrice nefasta Lady Macbeth.

Così si attraversano rapidamente, grazie al continuo palleggio flashback e flashforward, coté privato/casalingo e palco pubblico delle massime istituzioni Usa, quattro/cinque decadi di storia americana, tutte concentrate su set californiani, nonostante le ubicazioni storico-geografiche da Est e Midwest. Si va dal Cheney ragazzo ubriacone, operaio di strada vagamente bastardo e opportunista nei primi anni Sessanta allo stagista al Congresso e ammiratore/tirapiedi del repubblicano Donald Rumsfeld ad inizio Settanta; dal codazzo di Nixon a capo dello staff della casa Bianca con Ford verso gli ‘80; da deputato al Congresso per un decennio a Segretario alla Difesa con Bush senior; fino al ruolo ben definito, accordato in precedenza, debordante e assassino di “vice” di George Bush figlio, con tutto il corollario dell’11 settembre, delle guerre in Iraq e Afghanistan, del Patriot Act e di Abu Ghraib. Cheney, carattere misto tra ignoranza e astuzia, non compie mai nessuno gesto plateale per farsi notare, ma come una lima sorda assottiglia ogni giorno la sua distanza da quello scranno di potere da dove potrà agire antidemocraticamente indisturbato.

TRA IL CAIMANO E MICHAEL MOORE. McKay è stato caposceneggiatore per sei anni del Saturday Night Live e autore di diversi film comico/demenziali interpretati da una star del SNL come Will Ferrell. Il suo umorismo sornione e irriverente straborda in ogni riga di script e in ogni angolo di inquadratura. McKay non lavora di fino sulla stratificazione della parola e del dialogo, ma ci martella e inebria con un tono apparentemente serio tra le stanze del potere che si tramuta a turno in farsa e/o tragedia. Questo per far intendere ad un pubblico italiano con visioni cinematografiche d’essai, poco avvezzo al vecchio satellite o agli odierni streaming, che Vice oscilla tra la lugubre figura del Caimano morettiana e il tono da sfottò (qui implicito nel testo e non bisognoso della voce fuori campo dell’autore demiurgo) alla Michael Moore. Fateci caso, quando vedrete il film, oltre l’impenetrabile capoccione e pancione di Cheney, i coprotagonisti sono tutti dei ridanciani pupazzi dell’establishment, chi genuinamente stupido (George W. Bush), chi smaccatamente e irresponsabilmente spiritoso (Rumsfeld), chi con una timida fissità alla Muppet (Colin Powell e Condoleezza Rice). Insomma per capire, entrare, vivere le oltre due ore di Vice bisogna accettare un codice comico da vaudeville che non è proprio immediato e ad alta digeribilità.

QUINTALI DI PROTESI ED ECCO IL PERSONAGGIO. Al principio fu Gary Oldman per il Churchill de L’ora più buia (Oscar 2018). Oggi, invece, è il turno di Christian Bale trasformato in Cheney (si parla con insistenza di nomination). L’operazione camouflage è talmente pesante, ridondante, visivamente prepotente che a parte i primi decenni di vita rappresentati (protagonista con capelli, per intenderci), si fatica spesso a capire chi c’è sotto il trucco della finzione, sotto la calotta cranica e le braccione di Cheney. Tralasciamo gli aspetti tecnici e concentriamoci comunque sul “barnum” generale del cast, ancora una volta attori truccati fino allo sfinimento per “sembrare” i personaggi reali. Certo, ci si diverte a rinverdire i fasti espressivi e linguistici di Bush jr. a cui Sam Rockwell offre il suo classico fare da idiota provincialotto; come non si riesce a trattenere una risata di fronte al Rumsfeld interpretato con ironia da Steve Carrell (un altro che con una protesi moloch è diventato il folle miliardario Du Pont in Foxcachter); ma a conti fatti siamo di nuovo da capo. L’allegoria del potere necessita di mascheramenti esteriori, estetizzanti, buffoneschi, altrimenti il testo e la storia, forse, non riuscirebbero a trascinarla con sé.

TRITURARE LA FORMA E LA STORIA. Non c’è che dire: McKay ha a cuore il controllo totale della materia che mette in scena. È un grande manipolatore di tempi e di stile (l’arzigogolo pop della mescolanza tra dettagli graphic come il cuore pulsante e i quadri barocchi di Nicolas Poussin), di colpi di scena (quando ad un’ora di film appaiono i titoli di coda si rimane spiazzati), e di senso (chi è la voce narrante del film?). Ed è come se la materia storica nella sua globalità fosse continuamente triturata e frantumata per comporre un crogiuolo figurativo orrorifico di una malvagità universale che mette i brividi. Tra l’altro l’operato politico di Cheney non è mai spiegato dai fatti storici sfiorati e illustrati, ma da una sorta di corruzione morale primigenia, spiritualmente maligna, una silente bramosia personalizzata. Per questo Vice è un film pastone di storia patria marcia e purulenta che però non mostra l’intento di basarsi su tesi politiche e verità scaturite da indagini. La storia di un Cheney qualunque diventato vicepresidente alla Casa Bianca, uno che si inventa la Unite Executive Theory (un quasi controllo presidenziale del potere legislativo in materia di sicurezza nazionale) così come stesse scrivendo una lista della spesa, non ha mai una più o meno esplicita motivazione politica strutturale. Precipita dall’alto di una scoppiettante e mai doma elaborazione creativa e si adagia tra maschere e trucco, tra metafore (la pesca a mosca) e gossip (l’incidente di caccia), lasciando l’amletico dubbio se Vice sia stato tratto davvero da “una storia vera”.

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